Durante la Guerra Fredda Stati Uniti e Unione Sovietica minacciavano letteralmente la distruzione reciproca, ma lo facevano attraverso formule attenuate. Si parlava di “gravi conseguenze”, di “risposte adeguate”, di “misure necessarie”. Quel linguaggio aveva una funzione precisa. Non era semplice cortesia diplomatica. Era un dispositivo di autocontrollo collettivo. Le parole, cioè, servivano a impedire che la politica scivolasse apertamente nel linguaggio della guerra. Servivano a evitare un’escalation simbolica e a lasciare sempre aperto uno spazio di negoziato, persino sotto la minaccia dell’apocalisse nucleare. Oggi quel codice sembra essersi sgretolato e con esso sembra essersi dissolta anche la paura dell’atomica, che per decenni aveva disciplinato il linguaggio delle grandi potenze. Non è cambiato soltanto il lessico, è cambiata l’idea stessa di ordine internazionale.
Quando le regole perdono forza, anche il linguaggio smette di fingere che esistano. La diplomazia contemporanea, soprattutto quella americana, utilizza sempre più spesso un registro brutale, diretto. Non è soltanto una questione di stile. Come accade in ogni ambito, un mutamento nel linguaggio è spesso il sintomo di una trasformazione più profonda. Negli ultimi anni diversi leader occidentali hanno usato espressioni che fino a poco tempo fa sarebbero state impensabili in un contesto diplomatico. Le grandi potenze agiscono sempre più apertamente secondo logiche di forza. Le regole vengono invocate quando conviene e ignorate quando diventano un ostacolo. In questo contesto la diplomazia perde anche il bisogno di mantenere un linguaggio moderato. Se la politica internazionale torna a essere una competizione di potenza, anche il linguaggio torna a essere quello della forza.
Il cambiamento
Donald Trump, durante la crisi con la Corea del Nord nel 2017, minacciò Pyongyang con parole che sembravano uscite da un film catastrofico: gli Stati Uniti avrebbero risposto con “fuoco e furia come il mondo non ha mai visto”. Nel conflitto in Medio Oriente lo stesso registro è tornato più volte nella comunicazione americana. Di fronte alla possibilità che l’Iran chiuda lo stretto di Hormuz, Trump ha dichiarato che Teheran rischierebbe una risposta “venti volte più dura”.
Il linguaggio è ancora più violento nelle dichiarazioni israeliane. Il ministro della Difesa Yoav Gallant ha definito Hamas “animali umani”, annunciando che Israele avrebbe combattuto il movimento “come si combattono le bestie”. Si tratta di formule che rompono deliberatamente il linguaggio tradizionale della diplomazia. Il nemico non è più soltanto un avversario politico o una minaccia militare, ma qualcosa di “infestante” da schiacciare.
Non è una novità storica. Per i nazisti gli ebrei del ghetto di Varsavia erano “topi”. Per i propagandisti Hutu, durante il genocidio del Ruanda, i Tutsi erano “scarafaggi”. Ogni grande stagione di violenza politica è stata preceduta da un processo linguistico. Prima si degradano le parole, poi si degradano le vite. La disumanizzazione diventa, così, un dispositivo retorico funzionale al dilagare sistematico della violenza. Quando il diritto internazionale perde forza, anche il linguaggio diplomatico smette di fingere che esistano regole condivise.
Il ritorno del nemico
Non si tratta di semplice brutalità retorica. È un segnale politico preciso: quando il nemico viene trasformato in qualcosa di disumano, la violenza contro di lui diventa più facile da applicare e da giustificare. Un riferimento quasi inevitabile è il giurista tedesco Carl Schmitt, che negli anni Trenta formulò una delle definizioni più radicali della politica. Nel suo libro Il concetto di politico (1932) Schmitt sostiene che il cuore della politica non è il compromesso, ma la distinzione tra amico e nemico. Quando questa distinzione diventa assoluta, la politica assume una dimensione esistenziale. Il nemico non è semplicemente un avversario con cui negoziare, ma qualcuno la cui stessa esistenza rappresenta una minaccia.
In questo quadro il linguaggio diventa inevitabilmente violento. Non serve più a persuadere o negoziare, ma a identificare e delegittimare il nemico. Il ritorno di formule come “cancro”, “animali” o “terroristi da eliminare” può essere letto proprio come il ritorno di una politica schmittiana. Quando la politica si radicalizza, il linguaggio perde le sue cautele diplomatiche.
Linguaggio, azione, potere
Le parole non sono semplici etichette che descrivono la realtà. La filtrano, la strutturano e in parte la producono. Definire qualcuno “terrorista”, “criminale” o “animale” non è soltanto una metafora. Non resta confinato nella sfera dell’astrazione linguistica. È già, di per sé, un’azione. In linguistica esiste la nozione di “atto linguistico”, espressioni che, pur essendo semplici parole, hanno valore di azione. Dire “lo voglio” in un matrimonio o “lo giuro” in tribunale non descrive un fatto. Lo produce. L’essere umano è un animale linguistico e spesso fatica a distinguere nettamente tra parola e azione. Applicato al potere politico, questo meccanismo diventa un’arma potente. Come ha sottolineato Michel Foucault, ad esempio in La volontà di sapere (1976), il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a produrre i rapporti di potere che la organizzano. Una volta che un avversario è stato definito in quei termini, diventano legittime misure che altrimenti sarebbero impensabili. La brutalità linguistica non è, dunque, soltanto una perdita di stile. È una tecnica di governo. Serve a rendere accettabili pratiche di guerra, repressione o eccezione.
La politica nell’era dei social
Questo rapporto tra realtà e linguaggio diventa ancora più complesso nell’epoca dei social e delle fake news, dove la nozione stessa di realtà tende a sfumare sotto un flusso continuo di sensazionalismo. Gran parte della comunicazione politica oggi avviene attraverso piattaforme digitali, che premiano messaggi semplici, aggressivi e facilmente viralizzabili. Le frasi diplomatiche tradizionali, piene di cautele e sfumature, funzionano male in questo ambiente. Non circolano. Non attirano attenzione. Le dichiarazioni violente, invece, sì. Il risultato è che il linguaggio della politica internazionale si avvicina sempre più a quello della comunicazione spettacolare. Il leader politico parla contemporaneamente ai Governi stranieri e al proprio pubblico interno, spesso utilizzando il conflitto come strumento di mobilitazione. La diplomazia diventa così parte dello spettacolo politico.
Democrazia e razionalità
La politica democratica, secondo il filosofo Jürgen Habermas (Teoria dell’agire comunicativo, 1981), dovrebbe fondarsi su forme di comunicazione razionale, in cui gli attori cercano di convincersi reciprocamente attraverso argomenti. La comunicazione dei social rappresenta quasi l’esatto contrario di questo modello. Il linguaggio diplomatico tradizionale, con tutte le sue ipocrisie, era comunque un tentativo di preservare questo spazio di razionalità. In altre parole, di preservare uno spazio politico democratico. Quando la politica scivola verso un linguaggio spettacolare e aggressivo, questo spazio si restringe. Il discorso pubblico non serve più a costruire consenso, ma a mobilitare emozioni e identità.
Un linguaggio che rende più difficile la pace
Il linguaggio politico non è mai innocente. Quando cambia registro significa che anche la politica sta cambiando natura. La crisi della diplomazia può, quindi, essere letta anche come una crisi della razionalità politica, e dunque della democrazia stessa. Il problema non è soltanto stilistico. Le parole producono effetti politici reali. Quando un leader definisce il nemico un “cancro” o un “animale”, riduce lo spazio simbolico del compromesso. Se l’avversario è disumanizzato, qualsiasi negoziato appare come una forma di cedimento. La retorica radicale irrigidisce le posizioni e rende più difficile qualsiasi mediazione. Per questo la diplomazia tradizionale aveva costruito un linguaggio così prudente. Non era soltanto ipocrisia. Era una forma di autocontrollo. Oggi quel controllo sembra sempre più debole. E forse proprio questo è il segnale più chiaro della crisi dell’ordine internazionale: quando le regole smettono di contare, anche le parole smettono di fingere che esistano.
Leggi anche:





