Il progetto Medita, ideato dall’Università degli Studi di Milano e finanziato dal Ministero della Cultura con fondi PNRR, porta i teatri italiani nel Metaverso con un doppio obiettivo: preservare la tradizione e contestualmente spingerla altrove, oltre le mura, oltre i palchi, verso un pubblico nuovo. Così il teatro, in realtà luogo della presenza per eccellenza, approda là dove la presenza diventa simulazione, movimento d’aria digitale, uno spazio fatto di pixel e voce. Anche se, però, il suo cuore resta umano.
Entrare in scena con un visore
La sperimentazione di Medita comincia con una prova generale al Teatro Petruzzelli di Bari, per ora solo una demo. Attraverso un visore di realtà virtuale si entra letteralmente nel teatro, tra le poltrone rosse, l’orchestra diretta da Nicola Piovani, accanto al tenore che interpreta I Pagliacci di Leoncavallo. Da cinque prospettive diverse lo spettatore può muoversi, osservare, cambiare posto, curiosare dietro le quinte.
Soprattutto, si possono incontrare altri spettatori-avatar dotati degli stessi visori, scambiare parole, emozioni, impressioni. È una socialità nuova, più giocosa e insieme più impersonale. Nel teatro si esiste per immagine, ma l’emozione arriva lo stesso, o quantomeno dovrebbe arrivare lo stesso.
Il teatro diventa una esperienza condivisa in una nuova dimensione, in quello che il filosofo Luciano Floridi ha chiamato il mondo “onlife”, dove reale e digitale si fondono, influenzandosi a vicenda. “Territori ibridi – lo definisce Floridi – dove corpo e codice si rispecchiano”.
Un progetto corale
Dietro Medita c’è un lavoro di squadra che unisce università, ricerca e impresa culturale. La regia del progetto è affidata all’Università degli Studi di Milano, all’interno del programma Changes, mentre la parte tecnica è firmata dalla società One More Picture, specializzata in produzioni audiovisive immersive.
La piattaforma fa uso di blockchain, NFT e smart contract, parole che sembravano appartenere alle mode dimenticate del web, ma che qui trovano nuove funzioni come garantire biglietti digitali unici e non falsificabili, tutelare i diritti d’autore e permettere agli spettatori di acquistare collezionabili teatrali come costumi, maschere e oggetti scenici, trasformati in edizioni digitali. Dietro l’effetto spettacolare della realtà virtuale, però, si intravede anche un altro intento, forse più ambizioso: costruire un’economia culturale sostenibile anche nel mondo digitale, dove chi crea arte riceva riconoscimento e compenso.
Un teatro senza confini
Nelle intenzioni del Ministero Medita non è un gadget tecnologico, ma un modo nuovo di abitare il patrimonio. L’idea è di partire dai teatri del Centro-Sud, esattamente da Bari, Palermo e Ancona, per poi estendere eventualmente il progetto a tutto il Paese e in prospettiva a musei, orchestre, sale da concerto. Resta aperta la domanda se si può vivere l’esperienza del teatro senza essere fisicamente in teatro. La risposta non è netta. Ma il futuro della cultura potrebbe passare anche da qui, da una platea globale, dove nessuno deve prendere un treno o un biglietto costoso per assistere a un’opera e dove un ragazzo di Tokyo può sedersi, seppur come avatar, accanto a un pensionato di Foggia.
Un’eredità post-pandemica
In fondo, tutto nasce da un’assenza. La pandemia aveva spento le luci di scena, lasciato i palchi vuoti e trasformato la nostalgia per la presenza in desiderio di connessione. In quel momento il Metaverso, allora parola magica delle big tech, prometteva un mondo alternativo. Ma il teatro, antichissima macchina di illusioni, potrebbe essere il luogo ideale per ridargli un’anima. Perché ciò che il teatro sa fare meglio, da sempre, è ricreare la realtà altrove, metterla in scena, darle nuova vita. E non importa se il palcoscenico è fatto di legno o di pixel. Ciò che conta è l’emozione che accende lo spettatore.
Tra futuro e scetticismo
L’esperimento è ambizioso, ma la storia del digitale ci ha insegnato che la tecnologia da sola non basta a generare senso. Ciò che farà la differenza sarà l’uso che ne faranno artisti, registi, istituzioni. Se, cioè, Medita diventerà un pretesto per diffondere cultura o solo un gadget immersivo.
Ma forse, come suggerisce Floridi, dovremmo smettere di opporre “reale” e “virtuale”. Il nostro tempo è già ibrido, interconnesso, “onlife”. Allora sì, possiamo immaginare un teatro nuovo, un palcoscenico che non rinuncia alla materia, ma la moltiplica, un luogo dove l’arte si muove tra spazio fisico e simbolico. Per accedervi basterà sottoscrivere uno smart contract , che garantirà l’accesso a una sol persona, senza dimenticare le royalties a tutti gli attori della filiera.
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