Per secoli il dolore è stato una soglia, uno spazio da abitare e non un problema da risolvere. Il lutto era l’esperienza necessaria in cui la perdita prendeva forma attraverso il silenzio e la distanza del rito. La difficoltà strutturale a tollerare la mancanza e l’incapacità di abitare il vuoto hanno aperto il mercato a sistemi che promettono continuità, trasformando la separazione in una pratica di gestione tecnica e la memoria in un’interfaccia sempre disponibile, attraverso avatar del defunto con cui continuare a dialogare.
Dalla replica del Capitano Kirk alla mimesi domestica
Il passaggio dall’immaginario distopico al consumo quotidiano è avvenuto per gradi, mediato da una narrazione rassicurante che ha reso familiare l’uso dei simulacri digitali. Se nello spazio pubblico siamo ormai abituati a vedere ologrammi di popstar riempire le arene, è nell’intimità dei legami che la tecnologia ha compiuto il salto più delicato. A fare da apripista è stata un’icona della cultura pop: William Shatner, l’attore canadese, celebre per aver interpretato il leggendario Capitano Kirk nella saga di Star Trek e punto di riferimento culturale nella serie tv The Big Bang Theory.
E’ stato tra i primi a collaborare con la startup StoryFile, creando un proprio “doppio digitale” capace di rispondere alle domande dei fan e dei posteri, trasformando la sua eredità umana in un archivio video interattivo. Ma dove la celebrità cerca la conservazione della propria immagine pubblica, il privato insegue una mimesi relazionale estrema. Startup come HereAfter AI o You,Only Virtual non si limitano ad archiviare ricordi, ma analizzano migliaia di messaggi e note vocali per ricostruire la dinamica comunicativa specifica di un legame familiare. Il risultato è una conversazione che prosegue oltre la fine biologica del soggetto, alimentata da algoritmi che simulano il carattere e le risposte del defunto.
La gestione tecnica del trauma e l’industria del sollievo
Questo slittamento produce una trasformazione profonda nel modo in cui percepiamo la fine. Il lutto non viene più attraversato, ma corretto, come se il dolore fosse un malfunzionamento del sistema emotivo da riparare attraverso un codice. Le proiezioni indicano che il settore della Death Tech potrebbe superare i cento miliardi di dollari entro il 2030. L’impatto, però, di questi simulacri sulla psiche rimane un territorio dominato dall’ambivalenza.
Uno studio della University of Cambridge evidenzia come a un sollievo immediato si accompagni spesso il rischio di una “fissazione digitale”, che sospende il processo di separazione. La presenza costante di un chatbot che “risponde” con il tono di voce di un genitore o di un partner scomparsi impedisce quel distacco necessario alla ricostruzione del sé. Il nodo critico emerge quando questa gestione emotiva incontra il profitto: trasformare dati intimi post-mortem in risorsa economica significa permettere che un sistema algoritmico orienti consumi e comportamenti usando l’autorità di chi non c’è più, mummificando il presente in un eterno aggiornamento software.
La reinvenzione della morte e la perdita del silenzio
La riflessione antropologica di Margaret Lock nel suo lavoro Twice Dead: Organ Transplants and the Reinvention of Death del 2002 analizza come la morte non sia un evento meramente biologico, ma una costruzione sociale ridefinita costantemente dalla tecnologia e dalle necessità della cultura. Il rito di separazione non serve a trattenere la persona deceduta, ma a rendere possibile la vita di chi resta, fornendo lo spartiacque simbolico necessario alla comunità per riorganizzarsi dopo la perdita. Le tecnologie del dolore intervengono esattamente su questo confine, sabotando la separazione e mantenendo il defunto in una zona liminale amministrata da un provider esterno.
Quando la fine viene sostituita da un abbonamento mensile viene negato il diritto fondamentale all’oblio. Difendere l’addio oggi significa lasciare che la memoria resti tale, imperfetta, intermittente e soprattutto non disponibile su richiesta. La vera sfida non è trovare nuovi modi per restare connessi, ma proteggere la dignità del silenzio e il diritto di lasciar andare chi abbiamo amato.



