La frana che ha colpito Niscemi non è un incidente né un’anomalia. È una ripetizione prevedibile di una fragilità nota da secoli e ampiamente documentata. Qui la terra non crolla all’improvviso: si muove lentamente, regolarmente. La domanda non è perché accada, ma perché ogni volta si faccia finta di non saperlo e si continui a trasformare la conoscenza in emergenza.
Limitarsi a ricordare che “si sapeva già” significa fermarsi alla superficie del problema. Per capire perché casi come Niscemi si ripetano, occorre allargare lo sguardo alla storia di un territorio intero e al modo in cui è stato governato. È qui che Niscemi smette di essere un episodio locale e diventa un esempio, il più recente, di una dinamica più ampia.
Questione meridionale e “leggibilità amministrativa”
Il Mezzogiorno preunitario non era affatto un territorio privo di razionalità amministrativa. Al contrario il Regno di Napoli aveva sviluppato una conoscenza concreta dei limiti del suolo, un’urbanistica attenta alla sismicità e un sistema di trasporti fondato sul mare, coerente con una morfologia territoriale tra le più complesse d’Europa. Come ricorda Piero Bevilacqua in Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento a oggi, con l’Unità questo sapere viene progressivamente dismesso in nome di una modernizzazione standardizzata sul modello unico, imposto dall’alto, dell’urbanistica piemontese. Stesse norme e stessi criteri applicati a territori profondamente diversi. Questa astrattezza amministrativa non portò sviluppo, ma una fragilità permanente e una inadeguatezza intrinseca delle infrastrutture.
La questione meridionale non è il supposto ritardo del Sud rispetto alla modernità. È la distruzione di una conoscenza storica del territorio e la sua sostituzione con modelli ideologici pensati per territori stabili e applicati a territori complessi. Ma questa dinamica non è una peculiarità italiana. Rientra in un fenomeno più generale che James C. Scott, in Seeing Like a State, definisce “leggibilità amministrativa”. Gli Stati moderni tendono a semplificare la realtà per renderla governabile, riducendo la complessità locale a schemi astratti applicabili meccanicamente. Quando questa semplificazione cancella saperi e competenze territoriali, i suoi effetti diventano controproducenti.
La condizione urbanistica e infrastrutturale del Sud Italia ne è un esempio storico evidente. In Storia del Mezzogiorno Francesco Barbagallo mostra che la questione meridionale non nasce da una frattura improvvisa con l’Unità, ma si inserisce in una continuità che attraversa diversi regimi. Tuttavia è con l’Unità che questo atteggiamento si irrigidisce ideologicamente. Sul modello francese l’uniformità diventa un valore politico e il sapere situato viene letto come arretratezza. Una caratteristica in tutto paragonabile a quanto avviene nei paesi colonizzati. Il Mezzogiorno viene trattato prevalentemente come oggetto di intervento, non come soggetto portatore di competenze. In questo senso, la complessità geologica del Sud non viene negata. Peggio: viene resa irrilevante. Non per ignoranza, ma per scelta.
Una fragilità conosciuta, rimossa, ripetuta
Applicata a Niscemi, questa chiave di lettura mostra tutta la sua efficacia. La città sorge su una configurazione morfologica intrinsecamente instabile. Che questa fragilità fosse nota è un fatto storico. Il 19 marzo 1790 una frana di grandi dimensioni colpì Santa Maria di Niscemi. Il disastro fu descritto dall’archeologo e naturalista Saverio Landolina Nava in una relazione pubblicata ad Amburgo nel 1792, che riconosceva il fenomeno come ricorrente e strutturale.
La stessa dinamica si è ripresentata infatti nel 1997, sullo stesso versante. Anche allora non si trattò di una frana improvvisa, ma di uno scivolamento lento e annunciato. Finita l’emergenza, tuttavia, tutto si fermò. Le cause erano note, le soluzioni tecniche anche, ma gli interventi strutturali non vennero completati. Non è un’anomalia. È il funzionamento ordinario della gestione del rischio in Italia e più generalmente dell’approccio storico dello Stato italiano ai problemi del Sud, dove questa interruzione diventa la regola.
Per capire che questo esito non è inevitabile basta un confronto storico essenziale. Dopo il terremoto del Val di Noto del 1693, nella stessa area geografica e con una fragilità analoga, la distruzione impose un ripensamento radicale degli insediamenti. Alcune città vennero rifondate, altre ridisegnate. La ricostruzione coinvolse autorità, tecnici e comunità locali, producendo una forma urbana coerente. Il barocco dell’area, che nacque da quegli studi, non fu semplice decorazione, ma risposta spaziale a un territorio instabile in cui la conoscenza del rischio venne incorporata nello spazio costruito.
Il dissesto come prodotto storico
Il confronto è istruttivo. Nel Seicento, la fragilità del territorio produsse progetto. Oggi, a parità di conoscenze e con strumenti tecnici infinitamente superiori, produce emergenze che si ripetono. La differenza non sta nella natura degli eventi, ma nel rapporto tra istituzioni e sapere territoriale. È qui che la fragilità smette di essere geologica e diventa politica.
Niscemi non è il risultato di una fatalità naturale, ma di una scelta storica che si ripete. La geologia spiega perché il territorio è fragile, non perché continuiamo a trattarlo come se non lo fosse. Quando la conoscenza del rischio non diventa progetto, la fragilità si trasforma in emergenza permanente. La frana del 2026 non è diversa da quella del 1997 o del 1790, è la stessa, che ritorna. Finché il Sud continuerà a essere pensato come un territorio da gestire in emergenza e non da conoscere il dissesto di cui preoccuparsi non sarà tanto quello del suolo, ma del modo in cui lo si governa.



