Il Nobel di seconda mano e la Storia che si ripete come farsa

Prima di Trump esiste un solo altro caso di premio Nobel regalato dal vincitore a un personaggio potente: Goebbels
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La Storia, dice il saggio, si ripete sempre due volte: prima come tragedia, poi come farsa. Non è mai del tutto chiaro, mentre si vive dentro un’epoca, se ci si trovi davanti a qualcosa di radicalmente nuovo e, quindi, potenzialmente tragico, oppure a una riedizione degradata di ciò che è già stato. Il nostro presente lascia il dubbio e se alcuni episodi farebbero intendere la prima possibilità, altri, come il Nobel per la Pace “di seconda mano” finito nelle mani di Donald Trump, fanno tuttavia propendere per la seconda ipotesi.

Da anni, se non da decenni, l’assegnazione dei premi Nobel suscita più perplessità che consenso. È difficile negare che il prestigio del riconoscimento sopravviva oggi soprattutto per inerzia culturale. A parte i campi scientifici, dove i criteri restano in larga misura verificabili, i due ambiti più controversi sono la letteratura e, ovviamente, la pace. Dalle polemiche su Dario Fo fino a Bob Dylan, passando per scelte ogni anno discusse, il Nobel letterario è diventato un terreno di conflitto simbolico, ma in fondo abbastanza di nicchia. Quanto al Nobel per la Pace la questione è più generalista e già ai tempi di Barack Obama non mancarono osservazioni ironiche sulla sua reale pertinenza.

Si può ormai sostenere che il Premio Nobel abbia progressivamente smesso di funzionare come verdetto e abbia iniziato a funzionare come dispositivo simbolico. Non tanto un giudizio, quanto un segno. Un oggetto capace di produrre senso anche quando il nesso con ciò che dovrebbe premiare si è indebolito.

Il regalo della Machado a Trump

È in questo contesto che si colloca l’episodio dell’attuale presidente degli Stati Uniti che, visibilmente soddisfatto, ha ricevuto la medaglia del Nobel per la Pace dalla leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, vera vincitrice del premio. Un gesto simbolico, quindi interamente e solamente politico, specie vista la situazione attuale del Venezuela.

Questo non significa che Trump sia diventato premio Nobel, non potrebbe nemmeno volendo. Il Comitato di Oslo è stato costretto a ribadirlo con una puntualizzazione degna di un bugiardino: il premio è personale e non trasferibile. La medaglia, invece, sì. L’oggetto materiale, spogliato di ogni contenuto giuridico o morale, può cambiare proprietario come un cappotto, un orologio, un soprammobile.

Il risultato è un Nobel che non certifica più nulla, ma che continua a funzionare. Non come riconoscimento, bensì come segno visivo. Un oggetto che dice qualcosa non perché legittimato, ma perché esibito. A Trump è toccato un Nobel di seconda mano. A noi, invece, un periodo storico di seconda mano.

Always claim victory

Trump, del resto, non ha mai avuto bisogno di vincere davvero per proclamarsi vincitore. Chi conosce la sua biografia ricorda i tre insegnamenti fondamentali del suo mentore, il famigerato Roy Cohn: attack, attack, attack; admit nothing, deny everything; no matter what happens, you claim victory and never admit defeat

È semplice riconoscere questa grammatica nella gestione del suo patrimonio personale e poi nella politica interna ed estera del Presidente, fino alla vicenda del Nobel di seconda mano. Possedere il simbolo gli è sufficiente e a dare a Machado la speranza di entrare nelle sue grazie in vista del “nuovo” Venezuela. La medaglia sul tavolo vale più di qualsiasi verbale ufficiale o relazione diplomatica reale.

Il quadro si fa apertamente tragicomico se si considera che, il giorno successivo alla cerimonia informale, Trump ha dichiarato che, dal momento che la Norvegia non gli ha assegnato il Nobel, lui non è tenuto a pensare alla pace. Letteralmente. Poco importa che lo stesso Comitato abbia ricordato come il premio non abbia nulla a che vedere con il governo norvegese. Viene quasi da pensare che, se quella medaglia gli fosse stata consegnata ufficialmente, oggi non assisteremmo a certi “capricci” geopolitici, Groenlandia inclusa.

Il precedente

L’unico caso realmente paragonabile risale agli anni più bui del Novecento. Nel 1943 lo scrittore norvegese Knut Hamsun, premio Nobel per la Letteratura nel 1920, decise di donare volontariamente la propria medaglia a Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich. Un gesto lucido, ideologico, privo di ambiguità. Un omaggio vero e proprio.

Qui il Nobel di seconda mano smette di essere grottesco e diventa tragico. Hamsun non stava facendo teatro. Stava dichiarando appartenenza. La medaglia, da riconoscimento letterario, si trasformava in strumento di legittimazione morale per uno dei principali architetti della macchina nazista.

Il parallelo con Trump non va forzato sul piano morale. Le due vicende non sono equivalenti, ma lo sono sul piano simbolico. In entrambi i casi il Nobel esce dal perimetro per cui era stato concepito e diventa qualcos’altro. Nel caso di Hamsun, un atto di adesione politica estrema. Nel caso di Trump, un’operazione di branding. In mezzo, la stessa intuizione: il prestigio non è più qualcosa che si riceve, ma qualcosa che si maneggia.

Il significato del Premio oggi

Il Nobel non come verdetto, ma come accessorio narrativo. Non importa chi lo abbia vinto. Importa chi lo mostra, chi lo fotografa, chi lo inserisce nel proprio racconto pubblico. È il trionfo della rappresentazione sulla sostanza. La medaglia come prova visiva che sostituisce la decisione collettiva. Come le elezioni vinte “a sentimento”, le guerre vinte “moralmente”, le verità dimostrate perché ripetute con sufficiente sicurezza.

Se Alfred Nobel potesse assistere a questa scena, forse aggiungerebbe al testamento la clausola elementare che la medaglia non si presta. Ma sarebbe superfluo, il problema non è l’oggetto. Il Nobel di seconda mano non certifica la pace, la letteratura o il genio. Certifica solo che la Storia, quando smette di ripetersi come tragedia, non diventa più leggera. Diventa solo più ridotta. E a quel punto la domanda non è più chi meriti il Nobel, ma chi saprà farlo sembrare vero, per una fotografia.

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