
Per decenni parole come nerd e geek hanno abitato l’immaginario collettivo come etichette rigide, spesso caricaturali. Il nerd era lo studente introverso, genio della matematica e socialmente impacciato; il geek, l’appassionato ossessivo di tecnologia, fumetti o fantascienza. Oggi, però, queste definizioni non bastano più. Nell’ecosistema digitale contemporaneo le identità culturali si sono moltiplicate, ibridate e rimescolate, dando vita a una nuova nomenclatura: le tribù 2.0.
Dall’etichetta allo stile di vita
Internet e i social media hanno trasformato le passioni individuali in spazi di aggregazione. Non si tratta più solo di cosa ti piace, ma di come lo vivi, lo condividi e lo trasformi in identità. Nerd e geek non sono scomparsi, si sono normalizzati. Oggi essere nerd non è più uno stigma, ma spesso un valore culturale, persino professionale. Così come il termine geek ha perso parte della sua connotazione tecnica per diventare sinonimo di competenza verticale e passione autentica.
Questa evoluzione ha aperto la strada a nuove micro-identità, più fluide e meno gerarchiche.
Le tribù 2.0
Le tribù 2.0 nascono dall’incrocio tra cultura digitale, algoritmi e bisogno di appartenenza. Eccone alcuni esempi emblematici:
Tech enthusiast: non solo programmatori, ma curiosi cronici dell’innovazione. Seguono l’IA, le startup, i nuovi device e spesso fanno divulgazione.
Fandom natives: cresciuti nei fandom online, vivono serie, giochi e universi narrativi come spazi identitari, producendo fan art, fan fiction e meme.
Maker & creator: uniscono manualità e competenza digitale. Stampanti 3D, Arduino, DIY, artigianato tecnologico e cultura open source sono il loro linguaggio.
Digital humanist: intrecciano tecnologia, etica e scienze sociali. Analizzano l’impatto culturale degli algoritmi, delle piattaforme e dell’IA.
Core gamer / casual hybrid: il gaming non è più una nicchia, ma una grammatica culturale condivisa, che va dall’e-sport allo streaming fino al game design amatoriale.
Streamer & live community builder: costruiscono comunità in tempo reale su Twitch, YouTube o TikTok, dove intrattenimento, relazione e identità si fondono.
Data curious: affascinati dai dati, dalle statistiche e dalle visualizzazioni. Non sempre sono data scientist, ma usano i numeri come lente per leggere il mondo.
Crypto & decentralization believer: attratti da blockchain, Web3 e finanza decentralizzata, vedono la tecnologia come strumento politico e culturale oltre che economico.
Aesthetic coder: programmatori e designer, che curano il codice come forma espressiva, tra creative coding, generative art e interfacce sperimentali.
Retro-tech lover: recuperano e reinterpretano tecnologie del passato (console vintage, pixel art, vecchi linguaggi) come atto culturale e nostalgico.
AI native thinker: persone che integrano strumenti di Intelligenza Artificiale nel lavoro creativo, nello studio e nel problem solving quotidiano.
Memer & remix culture: abitano l’ironia digitale, trasformando eventi, immagini e linguaggi in contenuti virali e commento sociale.
Queste tribù non rappresentano, però, compartimenti stagni. La caratteristica principale è proprio la contaminazione. Si può essere gamer, creator, umanista digitale e tech enthusiast allo stesso tempo.
Algoritmi, identità e appartenenza
Se un tempo le tribù nascevano nei luoghi fisici, come scuole, negozi di fumetti, università, oggi sono gli algoritmi a suggerire affinità. Feed personalizzati, community su Discord, subreddit e piattaforme di streaming favoriscono la nascita di bolle culturali. Questo rafforza il senso di appartenenza, ma pone anche nuove domande su l’autenticità della nostra identità. E’ scelta o è suggerita?
In ogni caso le tribù 2.0 sono dinamiche. Si entra, si esce, si cambia ruolo. L’identità non è più un’etichetta permanente, ma un profilo in continuo aggiornamento.
Lettura generazionale delle tribù 2.0
Queste “community” non si distribuiscono in modo uniforme tra le generazioni. Ogni coorte anagrafica ha sviluppato un rapporto diverso con il digitale, influenzando linguaggi, piattaforme e forme di appartenenza.
I Millennial, nati circa tra il 1981 e il 1996, sono la generazione di transizione. Hanno conosciuto un mondo analogico e assistito alla nascita del web sociale. Per i Millennial le tribù 2.0 sono spesso legate alla competenza e alla professionalizzazione della passione. Sono fortemente presenti tra i tech enthusiast, i digital humanist e maker & creator. Tendono a trasformare hobby nerd e geek in lavoro creando startup e lavorando preferibilmente come freelance o diventando creator economy. Valorizzano blog, forum storici, LinkedIn e newsletter come spazi identitari.
La Gen Z, nata circa tra il 1997 e il 2012, sono nativi dei social e della comunicazione visuale, vivono le tribù come spazi fluidi, temporanei e performativi. L’identità è meno stabile e più remixabile. Dominano fandom natives, streamer, memer e AI native thinker.
Preferiscono piattaforme come TikTok, Twitch, Discord e ambienti fortemente community-driven. L’appartenenza passa dal linguaggio, dall’estetica e dall’ironia più che dalla competenza tecnica.
La Gen Alpha, cui appartengono i nati dal 2013 in poi, è ancora in formazione, ma già immersi in un ecosistema iper-digitale e assistito dall’IA. Per loro le tribù 2.0 saranno probabilmente invisibili, integrate nel quotidiano.
Crescono con gaming, video brevi, assistenti intelligenti e ambienti immersivi. Avvertono meno distinzione tra online e offline e la tribù coincide con l’esperienza. Naturalmente potrebbero ridefinire completamente le categorie attuali, rendendo obsoleti termini come nerd o geek.
Dal margine al mainstream
Il paradosso più interessante è che ciò che era di nicchia è diventato mainstream. I nerd hanno vinto, contribuendo a ridefinire cosa significa cultura pop. Serie TV, videogiochi, fumetti e tecnologia sono oggi il centro dell’intrattenimento globale.
In questo contesto parlare di nerd o geek come categorie assolute ha sempre meno senso. Le tribù 2.0 descrivono meglio una società fatta di passioni modulari, identità multiple e connessioni temporanee.
Verso un futuro post-tribale
Se le tribù 2.0 hanno rappresentato una risposta collettiva alla complessità del digitale, il prossimo orizzonte sembra andare oltre il concetto stesso di tribù. Stiamo entrando in una fase post-tribale, in cui l’appartenenza non è più solo sociale, ma sempre più algoritmica. Le piattaforme non si limitano a ospitare identità, ma le modellano, anticipando gusti, suggerendo affinità e costruendo percorsi personalizzati. In questo scenario emergono le cosiddette identità algoritmiche, ossia profili dinamici, continuamente riscritti da dati, interazioni e feedback invisibili.
L’avvento delle personal AI accentua questa trasformazione. Assistenti intelligenti, agenti creativi e copiloti cognitivi diventano mediatori tra individuo e cultura, influenzando cosa leggiamo, creiamo, impariamo e persino come ci definiamo. L’identità non si fonda più solo sull’appartenenza a una tribù, ma sulla relazione continua con sistemi intelligenti che ci accompagnano.
In questo scenario la domanda centrale non sarà più “a quale comunità appartieni?“, ma “con quali intelligenze, umane e artificiali, vuoi costruire il tuo percorso?“. Nerd e geek, da etichette marginali, si trasformano così in archetipi di adattamento, figure capaci di abitare il cambiamento, dialogare con la complessità e reinventare continuamente se stesse.



