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Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, e la commissione Salute della Conferenza delle Regioni guidata dal coordinatore Antonio Saitta hanno deciso di riattivare il Tavolo previsto dall'articolo 8 del Patto per la Salute per la revisione del sistema di compartecipazione alla spesa sanitaria (ticket). La decisione è stata assunta al termine di un incontro al ministero della Salute tra il ministro e gli assessori alla Salute delle Regioni. Il Tavolo di lavoro sarà composto da tecnici designati dalla commissione Salute, dal ministero della Salute, dal Mef e da Agenas. Al tavolo saranno chiamati a contribuire ai lavori tecnici qualificati esterni. La prima riunione è stata fissata per il 19 aprile al ministero della Salute.«Al momento non sussistono ipotesi precostituite di revisione ma è comune l'obiettivo di rivedere il sistema di compartecipazione secondo principi di equità, solidarietà e universalismo – spiegano ministero e Conferenza delle Regioni -. Ministro e assessori hanno concordato che il tavolo concluda i lavori con una proposta condivisa prima della pausa estiva».
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Dopo 15 anni di attività al via una nuova fase per l'Osservatorio Nazionale sulla Salute delle Regioni italiane, finalizzata a rendere fruibile in modo semplice le informazioni raccolte al fine di accompagnare il lavoro e le scelte dei diversi attori del mondo della salute e del benessere: comunità scientifiche, decisori istituzionali, medici, giornalisti, aziende farmaceutiche, associazioni di pazienti ma anche tutti i cittadini. Nato su iniziativa dell'Istituto di Sanità Pubblica - Sezione di Igiene dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, registra i dati e le tendenze della salute in Italia. Dati elaborati a livello nazionale con la collaborazione di un potente network regionale, di Istituti di Igiene di altre Università Italiane e numerose istituzioni pubbliche, regionali e aziendali. "Il prodotto principale dell'Osservatorio è il Rapporto Osservasalute che per 15 anni ha analizzato il Sistema Sanitario Nazionale a 360°, prendendo in considerazione gli aspetti legati alle attività, alle risorse economiche e ai bisogni di salute della popolazione"- afferma Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, durante un incontro al Policlinico Gemelli di Roma. "È un progetto che ha la finalità di far circolare e mettere a sistema tutte le idee degli esperti nel settore della sanità perché siamo convinti che in questo periodo sia quanto mai importante potenziare la riflessione su una serie di temi che potrebbero mettere in difficoltà in futuro il sistema sanitario nazionale. Siamo convinti - sottolinea - che è un momento di transizione in cui ci sono una serie di nodi legati alla sostenibilità del sistema poiché la popolazione sta invecchiando sempre di più, sono in aumento le malattie croniche. Questo è un momento cruciale su cui abbiamo bisogno della mente di tutti". Secondo Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità e Direttore dell'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, l'Osservatorio nasce all'indomani della riforma per regionalizzare il Servizio Sanitario Nazionale ed è stato costituito per monitorare l'impatto della devoluzione sulle condizioni di salute nelle diverse Regioni. "In questi 15 anni abbiamo creato un network che coinvolge circa 230 esperti articolati in 21 sezioni regionali che si occupa di raccogliere dati regionali comparabili provenienti da diverse fonti ed elaborare e diffondere strumenti di sorveglianza della sanità pubblica. Oggi - prosegue Ricciardi - siamo ad una svolta: l'Osservatorio si rinnova attraverso il suo sito web (www.osservatoriosullasalute.it) per rendere fruibili a coloro che ne hanno la necessità tutti i dati raccolti, i propri archivi, le serie storiche per le analisi e le considerazioni utili a chi lavora nella salute. Vogliamo trasformare i nostri Rapporti da strumento scientifico per addetti ai lavori in una fonte di informazioni per tutti. Nel nuovo sito è infatti possibile consultare tutti i dati elaborati in questi anni senza alcun tipo di registrazione o password. La crescente complessità della realtà sociale ed economica che stiamo vivendo - aggiunge Ricciardi - rende necessarie attente valutazioni, l'ausilio di numerosi dati statistici e forti capacita di analisi in grado di orientare le scelte che considereranno il futuro della sanità pubblica e la sua sostenibilità. L'interesse riscosso e i riconoscimenti ricevuti in questi anni ci hanno quindi spinto ad avviare questa nuova fase finalizzata a potenziare e modernizzare gli strumenti di comunicazione, anche ampliando l'offerta di contenuti digitali con la realizzazione di focus, approfondimenti e commenti a notizie di attualità durante l'anno".
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È nata ufficialmente ieri, secondo la legge regionale che l’ha istituita, l’Azienda per la tutela della salute che ha incorporato e fuso le otto aziende sanitarie locali. Insieme all’Azienda ospedaliera Brotzu, alle Aziende ospedaliero-universitarie di Cagliari e Sassari e all’Areus (Azienda regionale per l’emergenza-urgenza), l’Ats completa il nuovo quadro del sistema sanitario sardo. “L’Ats rappresenta una sfida epocale”, ha detto l’assessore della Sanità, Luigi Arru, a Sassari questa mattina per la presentazione ufficiale insieme ai vertici i della nuova azienda unica, Fulvio Moirano, Francesco Enrichens, Stefano Lorusso, e agli otto direttori delle aree socio sanitarie locali (Giuseppe Pintor, Pierpaolo Pani, Andrea Marras, Pino Frau, Mariano Meloni, Antonio Onnis, Maddalena Giua, Paolo Tecleme). “Stiamo ridisegnando il sistema tenendo come riferimento l’interesse delle persone - ha detto Arru - e senza annunci. L’Azienda unica rappresenta principalmente uniformità dell’assistenza, qualità dei servizi ovunque e a parità di costi”. Arru ha ringraziato i commissari che per due anni hanno lavorato “in una situazione difficile, riuscendo a portare a casa risultati importanti. I direttori delle Assl non sono direttori generali - ha precisato - e sono stati scelti dal dg Moirano con una selezione pubblica e trasparente”. “Non sarà un percorso breve, ma i risultati arriveranno”, garantisce Arru. Anche Fulvio Moirano ha sottolineato come occorrano almeno sei mesi per vedere i primi passi:”Occorre l’atto aziendale, quasi una sorta di statuto dell’Ats. Certamente sarà importante investire sulla formazione e sulle risorse umane, creando aree di coordinamento, confrontandoci attivamente con le organizzazioni sindacali e i rappresentanti dei territori”.

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Sette giorni per informare e sensibilizzare gli italiani sulla dislessia, che in Italia interessa circa 2 milioni di persone. L’Associazione italiana dislessia ha istituito la prima edizione della Settimana nazionale della dislessia, in programma dal 4 al 10 ottobre. Le 98 sezioni attive di Aid su tutto il territorio nazionale, in collaborazione con 300 enti pubblici e istituzioni scolastiche, organizzeranno in 92 città italiane stand informativi nelle piazze, corsi di formazione per i docenti e i genitori, spettacoli teatrali e laboratori didattici interattivi per i ragazzi. Saranno oltre 1.500 i volontari dell’Aid coinvolti nella promozione e nella realizzazione di questi eventi e 75mila le persone attese in totale in tutta la Penisola.

La prima edizione della Settimana nazionale della dislessia è stata indetta in concomitanza con l'European Dyslexia Awareness Week e il sesto anniversario della Legge 170 dell'8 ottobre 2010, che ha sancito in Italia il diritto alle pari opportunità nell'istruzione per i ragazzi con dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia.

"La nostra associazione - ricorda Franco Botticelli, presidente di Aid - nasce per cambiare in meglio la vita delle persone con dislessia e delle loro famiglie, affinché possano trovare pieno riconoscimento nella società. Abbiamo fortemente voluto l'istituzione in Italia della Settimana nazionale della dislessia, perché reputiamo necessario sensibilizzare il pubblico su un disturbo che è ancora per molti un tabù. La strada da percorrere è ancora lunga, bisogna accorciare i tempi di diagnosi, fare formazione agli insegnanti, incentivare la realizzazione e il rispetto dei Piani didattici personalizzati affinché migliaia di bambini e ragazzi in età scolare, oltre il 2% degli studenti della scuola italiana, possano accedere a una didattica più inclusiva, e avere maggiori opportunità di relazione, di crescita personale e professionale".

 

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Sette italiani su 10 si affidano anche ai programmi televisivi per consigli su come curare i propri malanni. È quanto emerso da uno studio su un campione di 750 individui tra i 18 e i 75 anni, condotto da Serenella Salomoni, psicologa, psicoterapeuta e presidente dell'Associazione«Donne e qualità della Vita».

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Il 30 novembre e il primo dicembre, a Napoli, si terrà il congresso su “Patologia ostruttiva aorto-iliaca ed arteriopatia cronica degli arti inferiori: dalle terapie tradizionali alla terapia genica”. L'evento, organizzato da Francesco Pignatelli, responsabile Uoc di chirurgia vascolare dell’Ospedale dei Pellegrini in Napoli, vedrà la partecipazione di circa 400 esperti provenienti da tutta Europa. Il congresso precede la campagna di prevenzione di screening gratuiti che si svolgerà per tutto il mese di dicembre all’Ospedale dei Pellegrini, rivolta alle persone over 60 con fattori di rischio (diabete, fumo, ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, ipertensione arteriosa) a cui sarà insegnata l’autopalpazione dei polsi periferici. Pignatelli ha spiegato: “L’arteriopatia periferica, una delle più frequenti manifestazioni della malattia aterosclerotica, è una patologia altamente invalidante che può portare all’intervento ‘demolitivo’ di amputazione maggiore con una percentuale che va dal 3 al 10 per cento dei casi. L’80 per cento delle amputazioni degli arti inferiori è su base vascolare e costituisce, quindi, una condizione particolarmente invalidante con elevati costi sociali. Le amputazioni aumentano nei pazienti anziani fino ad arrivare al 20 per cento”. Continua Pignatelli: “Durante i lavori sara’ fatto il punto su tutte le tecniche e i materiali innovativi di medicina e chirurgia rigenerativa a nostra disposizione per la guarigione delle lesioni trofiche gel piastrinico, pressione negativa, microinnesti, materiali biologici".

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Massimiliano Filippi, Segretario Generale FederFauna, ha lanciato una provocazione contro l'eccessivo allarmismo nato in questi giorni dopo la pubblicazione dei dati dell'Oms, per cui la carne lavorata potrebbe essere pericolosa quanto il tabagismo e l'amianto. Il suo messaggio si apre con "Le carni lavorate sono cancerogene? E chi se ne frega!". Lo abbiamo intervistato per farci spiegare il suo punto di vista:


Tutto questo allarmismo a cosa può portare? È eccessivo?

-Assolutamente eccessivo, oggi fortunatamente molti giornali hanno cominciato a spiegare bene che cosa rappresentano i dati forniti dall'Oms, che non hanno assolutamente detto che bisogna smettere di mangiare carne o peggio ancora che il consumo è rischioso quanto il fumo o l'amianto. Si è provato che ci possa essere un rischio. È stato fatto, a mio avviso, del terrorismo.

Ma perchè è stato fatto questo allarmismo?

-È un bel po' che l'industria della carne è sotto attacco. Ci sono delle lobby, a mio avviso, piuttosto potenti e danarose che stanno facendo una guerra con il nostro settore e sono molto più brave di noi con l'informazione. Spesso utilizzano una comunicazione emozionale in maniera subdola per far entrare i loro messaggi nell'opinione pubblica. Il nostro guaio che spesso rispondiamo con una comunicazione razionale a questa che è solo emozionale e spesso risulta perdente. Il mio commento è provocatorio soprattutto per come sono stati trattati questi dati. Chi ha scoperto che l'eccesso di carne fa male ha scoperto l'acqua calda. Tutti gli eccessi fanno male. È innegabile che nella nostra società evoluta, dove si mangia anche la carne, si vive più a lungo e meglio. Dobbiamo ricordare che la carne è il nostro "frigo senza spina" che immagazzina dei nutritivi che non potrebbero esserlo nei vegetali. Si parla tanto della frutta a km 0, ma io mi chiedo come si fa ad avere il mango o l'avocado a km0?! Io credo che l'informazione dovrebbe essere tutta quanta più razionale in maniera da fornire alle persone tutti gli aspetti.

Tutto ciò porterà ad una crisi economica del settore?

- Speriamo che non si aggravi la crisi che già c'è. Le stalle chiudono da un bel po' ormai. Anzi bisognerebbe fare esattamente il contrario, mettendo in luce tutti i vantaggi dell'allevamento. Non molto tempo fa c'è stata un'altra "guerra" agli allevamenti, quella dell'effetto serra, poi è saltato fuori che l'anidrite carbonica, che produciamo anche noi, in realtà andava ad incidere per un 5%. Faccio sempre l'esempio dell'automobile: da un certo punto di vista ci può far male, ma quanto ci ha aiutato, quanto ha migliorato la nostra vita. Ripeto i dati sono sicuramente discutibili ma come vengono rappresentati è sbagliato, a vantaggio di qualcuno e a svantaggio di altro.

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Lunedì, 28 Settembre 2015 17:19

La birra protegge le donne dall' infarto

La birra,se bevuta con moderazione, sembra proteggere le donne dalla possibilità di infarto. Quelle che bevono una birra al massimo una o due volte alla settimana corrono un rischio del 30 per cento piu' basso di infarto, rispetto alle bevitrici accanite e a quelle che non la bevono per nulla. A suggerirlo i risultati di una ricerca svedese, della Sahlgrenska Academy dell'Universita' di Gothenburg, pubblicata sulla rivista Scandinavian Journal of Primary Health Care. Gli studiosi, in una ricerca pianificata per durare 50 anni, hanno analizzato i dati raccolti nei primi 32 anni, dal 1968 al 2000, relativi a 1500 donne di mezza eta'. Le donne hanno risposto a un questionario relativo alla frequenza del loro consumo di birra, vino o liquori e a vari sintomi fisici. Dai risultati e' emerso che 185 donne hanno avuto un infarto, 162 un ictus, 160 hanno sviluppato il diabete e 345 un cancro. Lo studio ha mostrato una connessione statisticamente significativa tra un elevato consumo di alcolici ( piu' frequente di una volta o due volte al mese) e un rischio di quasi il 50 per cento piu' alto di morte per cancro comparato con chi beveva meno, ma ha evidenziato al tempo stesso che le donne che hanno riferito di aver bevuto birra con una frequenza che andava da una o due volte alla settimana a una o due volte al mese correvano un rischio del 30 per cento piu' basso di infarto rispetto a quelle che bevevano birra diverse volte o non la bevevano per nulla. Cio' suggerisce- come evidenziano gli studiosi- che un consumo moderato di birra potrebbe avere un effetto protettivo per le donne rispetto al rischio di infarto. 

 

 

 

 

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"Camminiamo insieme per vincere la fibrosi cistica" è il titolo dell'iniziativa promossa dall'Associazione trentina fibrosi cistica onlus che propone, dalle 11 di sabato 26 alle 11 di domenica 27 settembre, una maratona di solidarietà di 24 ore continuate per le vie del centro storico di Trento, su un tragitto complessivo di 900 metri, con partenza e arrivo in piazza Duomo. I fondi raccolti con le iscrizioni saranno devoluti a favore di un progetto di ricerca relativo allo studio di terapie antibiotiche personalizzate per i pazienti con fibrosi cistica, condotto nei laboratori del Centro di biologia integrata dell'Università di Trento (Cibio) in collaborazione con il Centro provinciale fibrosi cistica del reparto di pediatria dell'ospedale Santa Maria del Carmine di Rovereto. "Durante la 24 ore - scrivono gli organizzatori - sul percorso dovrà esserci sempre qualcuno che cammina o corre, anche di notte, per rappresentare l'impegno e la fatica costante dei pazienti, medici e ricercatori".

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Provo un certo disagio a trattare dell'obesita' dei bambini italiani mentre sono bombardato da immagini dolorose dei tanti piccoli che le guerre spingono disperatamente verso una speranza di liberta' e di benessere. Non voglio insinuare sensi di colpa nelle famiglie italiane che hanno avuto la fortuna di lasciarsi alle spalle gli stenti dell'ultima guerra mondiale e sono riuscite a costruirsi - spesso a forza di sacrifici - un'esistenza positiva; e tuttavia, pur rispettando i rilievi scientifici che documentano il problema dell'obesita' infantile, mi sento di dire, da padre e da... reduce dall'evento bellico che porto' anche a noi fame e disperazione, che proprio la liberazione da quell'incubo ha pesantemente influito sugli stili di vita dei decenni successivi. Non esistono, a mio avviso, bambini che si comportano da impenitenti golosi ma genitori che prima hanno cercato di compensare la penuria di cibo che avevano sofferto e poi non sono riusciti a disciplinare la condotta nutrizionale dei figli. Anche inseguendo modelli che una certa letteratura - in particolare sportiva - andava propagandando come conquista fisica e salutare. Non sempre a torto, e comunque in termini esagerati, si lodava la trasformazione dei giovani italiani "affamati e stortignaccoli", in difficolta' nei confronti sportivi con altre creature, in particolare del mondo anglosassone - cosi' Gianni Brera - in atleti vigorosi e vincenti grazie a un'alimentazione piu' ricca di proteine, citando in particolare la carne spesso nel passato assente dal desco. Superato il vero o presunto handicap alimentare, la famiglia tradizionale ha ignorato un aggiornamento essenziale, ovvero la ricerca di un nuovo stile di vita che ricercasse una salute fisica sostenuta da nuove regole che sostituissero il necessario all'abbondanza. "Grasso e' bello" e' stato e continua spesso ad essere lo slogan che confonde la salute con un fisico avviato all'obesita'. I dati del ministero della Salute sono allarmanti: e' in sovrappeso il 22,9 % dei bambini di 8-9 anni, esposti al rischio del diabete mellito e malattie cardiovascolari. Una ricerca internazionale cui aderisce anche l'Italia per approfondire le conoscenze sulla salute dei ragazzi di 11, 13 e 15 anni, ha evidenziato che la frequenza dei ragazzi in sovrappeso e addirittura obesi e' in espansione e colpisce le generazioni piu' giovani; in particolare e' piu' elevata negli 11enni (29,3% nei maschi e 19,5% nelle femmine), che nei 15enni (25,6% nei maschi e 12,3% nelle femmine). A confermare che si tratta di una pessima educazione alimentare prodotta in famiglia, si documenta come in Italia il 32% degli adulti e' sovrappeso, mentre l'11% e' obeso: in totale, oltre quattro adulti su dieci (42%). Ecco perche' - soccorso medico a parte - e' importante intensificare una nuova cultura alimentare strettamente collegata a un'attivita' sportiva non necessariamente agonistica. Non cito l'abusato motto latino ma e' certo che la salute fisica non puo' rinunciare a un adeguato supporto intellettivo. Gia' la scelta di un'attivita' sportiva da parte dei famigliari deve corrispondere alle effettive necessita' dei piu' giovani nell'eta' dello sviluppo. Ma questa e' un'altra storia.

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