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La Xylella fastidiosa è un batterio patogeno delle piante, incluso nella lista degli organismi nocivi da quarantena non presenti in Europa e, pertanto, regolamentato da un’apposita Direttiva comunitaria (la 2000/29 CE) che in caso di epidemia obbliga gli Stati membri ad interventi immediati di eradicazione o, quando questa sia tecnicamente non possibile, di contenimento. La scoperta e la diffusione di Xylella in Puglia interessa ampie fasce territoriali. “Il Consiglio nazionale delle ricerche, attraverso l'Istituto per la protezione sostenibile delle piante (Ipsp-Cnr) e altri istituti dell’Ente presenti sul territorio, è impegnato da anni su questi temi grazie al lavoro e ai talenti dei suoi ricercatori e ricercatrici nella comprensione del fenomeno e nella ricerca di soluzioni”, dichiara il presidente del Cnr Massimo Inguscio. “Si tratta di un lavoro scientifico multidisciplinare, rilevante e innovativo, anche perché riguarda un problema quasi sconosciuto in Europa sino a quattro anni fa, che ha un importante impatto economico, sociale ed ambientale e che richiede l’applicazione di misure di controllo a volte impopolari. In questo contesto è fondamentale il contributo del Cnr alla ricerca, alle soluzioni e a un’informazione e divulgazione basate su dati e risultati scientifici. Il valore scientifico e di coordinamento delle ricerche del Cnr risulta importante al fine di valorizzare e ottimizzare gli studi, le scoperte, le risorse disponibili, nel dare informazioni corrette che siano di aiuto per le persone dei territori coinvolti e per le politiche delle istituzioni locali, nazionali e internazionali che in futuro potrebbero coinvolgere anche altri paesi”, sottolinea ancora Inguscio. “La Xylella è un pericoloso batterio patogeno che deve essere affrontato con adeguate misure fitosanitarie e che ha già provocato un enorme danno all’olivicoltura salentina. Il Cnr ha segnalato per primo l’arrivo del patogeno e ha messo in atto una serie di ricerche e studi coordinati dai ricercatori del Cnr che hanno vinto bandi finanziati da Commissione Europea, da Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) e altri soggetti coinvolti, che hanno consentito un enorme progresso scientifico nella conoscenza della patologia e nella messa a punto di metodi di lotta e controllo”, spiega Francesco Loreto, direttore del Dipartimento di scienze bio-agroalimentari (Disba) del Cnr. “Le ricerche in corso hanno permesso tra l’altro di evidenziare cultivar di olivo resistenti al batterio. Ulteriori studi sono in corso per verificare le basi molecolari, biochimiche e fisiologiche di questa resistenza, la persistenza nel tempo, l’impatto sulle caratteristiche agronomiche e produttive delle piante, l'innesto di cultivar resistenti come pratica per il recupero di piante monumentali e molto altro”. Queste informazioni sono essenziali per avere un quadro completo della stabilità e utilità di eventuali tratti di resistenza. “Una delle cultivar resistenti (FS-17) è una selezione brevettata ormai da trent’anni dal Cnr, la cui licenza esclusiva è stata ceduta a tre vivai, su diverse zone del territorio nazionale”, puntualizza Loreto. “I vivai licenziatari possono moltiplicare le piante di FS-17 mentre chiunque può acquistare da questi vivai e rivendere sul mercato e sono possibili anche sub-licenze. Il Cnr ha una royalty sulle vendite che in totale, compreso l’equo premio per l’inventore, è del 10% del costo delle piante commercializzate: l’Ente contribuirà ulteriormente al superamento dell’emergenza Xylella e al controllo del patogeno reinvestendo le royalties derivanti da vendite di eventuali cultivar resistenti per ulteriori studi e ricerche sulla biologia e sulla lotta al patogeno, e per la tracciabilità e certificazione del materiale messo in commercio”.
Pubblicato in Ambiente
Tradizionalmente, l'olfatto è considerato un senso 'a distanzà mentre il gusto è trattato come un senso 'per contattò. Si tratta però di una distinzione basata prevalentemente sulle percezioni umane e che è stata già sottoposta a forte critica in un articolo pubblicato nel 2014 sulla rivista Frontiers in Chemistry. Secondo questa nuova prospettiva, in ambiente acquatico si può osservare un'inversione nella portata a distanza dell'olfatto quando i segnali olfattivi sono veicolati da molecole insolubili in acqua, ma che essendo volatili, possono diffondersi nell'aria e arrivare al nostro naso. Su questa premessa si fonda il lavoro sperimentale guidato da Ernesto Mollo, ricercatore dell'Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pozzuoli (Icb-Cnr), recentemente pubblicato sulla rivista Pnas. Lo studio, svolto nell'ambito di una collaborazione multidisciplinare tra l'Icb-Cnr e varie istituzioni di ricerca italiane e straniere, sfida l'attuale letteratura sulla chemio-recezione in ambiente acquatico, secondo cui il mondo olfattivo di crostacei e pesci è limitato alla sola percezione a distanza di sostanze solubili in acqua. La ricerca è partita dallo studio chimico di due invertebrati marini del Mediterraneo, l'alcionaceo 'Maasella edwardsì ed il mollusco nudibranco 'Tritonia striatà, che ha portato all'isolamento di sostanze volatili ed insolubili in acqua (furanosesquiterpeni idrofobi), già note per contribuire all'odore speziato di piante terrestri come la curcuma e la mirra, che svolgono un ruolo difensivo, rendendo 'disgustosì gli animali che le contengono e quindi proteggendoli dall'attacco di possibili predatori.«Lo studio ha mostrato che le sostanze devono essere 'toccaté dalle parti boccali chemiosensoriali di pesci e crostacei perché essi possano riconoscerne l'odore come segnale di non-commestibilità, secondo il fenomeno conosciuto come aposematismo olfattivo - spiega Ernesto Mollo -. Si è poi osservato che l'avversione a tali odori è rinforzata dalla memoria di effetti tossici sia in un gambero che in zebrafish, un modello di vertebrato acquatico ampiamente utilizzato per studi eco-tossicologici. Entrambi gli animali, infatti, imparano ad evitare gli odori associati ad esperienze negative (apprendimento evitativo)». Durante gli esperimenti gli animali hanno avvertito la presenza di determinati elementi solo dopo aver ripetutamente 'toccatò il cibo con la bocca, che ha funzionato quindi da vero e proprio naso.«Questo fatto, chiaramente illustrato da alcuni filmati allegati all'articolo implica che sostanze odorose tipicamente trasportate dall'aria fino a penetrare nel naso di animali terrestri, vengono invece direttamente a contatto con i recettori olfattivi di organismi acquatici - prosegue Mollo -. Di conseguenza, alla luce dei nostri risultati le parole 'olfattò e 'gustò perdono il loro significato tradizionale basato su criteri spaziali». L'osservazione di una forma 'tattilé di olfatto, mai descritta precedentemente in letteratura, sembra preludere ad una ridefinizione dei sensi chimici, basata sulle sostanze e sui recettori coinvolti nella percezione sensoriale piuttosto che sulla loro portata a distanza.
Pubblicato in Sanità
Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche (Iit-Cnr), del Mit, della Cornell University e della società Uber ha utilizzato una quantità senza precedenti di dati sulla mobilità per predire le potenzialità del ride-sharing in 30 città globali. Attraverso l’analisi di oltre 200 milioni di viaggi di taxi effettuati a New York, Singapore, San Francisco e Vienna, i ricercatori hanno scoperto le leggi della mobilità condivisa che possono essere applicate a qualsiasi città. La ricerca, pubblicata nel numero di marzo 2017 della rivista Nature Scientific Reports, potrebbe fornire indicazioni per trasformare il futuro del trasporto a livello globale. “La mobilità condivisa si sta diffondendo sempre più: UberPool, che è il servizio di Uber con conducente non professionista per la condivisione dei viaggi, è attivo in oltre 30 città, inclusa San Francisco dove è scelto da oltre il 50% dei suoi clienti. Grazie alla mole di dati generati da questo e simili sistemi, è possibile quantificare il potenziale della mobilità condivisa in un modo che era finora impossibile”, spiega Paolo Santi, ricercatore presso l’Iit-Cnr e il Mit Senseable City Lab. Questa disponibilità di dati ha consentito ai ricercatori del Mit e del Cnr la scoperta delle leggi del ride-sharing urbano. “Per quantificare il rapporto tra domanda di mobilità urbana e il numero di corse condivisibili, è stata utilizzata una metodologia basata sulla scienza delle reti - prosegue Santi - il nostro gruppo di ricerca ha inoltre sviluppato un modello che caratterizza la 'legge del ride-sharing': con tre semplici parametri - l’area urbana, la densità delle richieste di viaggio e la velocità media del traffico - è stato possibile ottenere una stima molto accurata del numero di viaggi che può essere condiviso in una data città”. Utilizzando questa legge, il team di ricerca è stato in grado di classificare le città in base al loro potenziale di condivisione: “Abbiamo scoperto, per esempio, che Milano ha un potenziale di condivisione dei viaggi di circa il 50%, cinque volte maggiore di Roma: questa differenza è in gran parte dovuta alla diversa velocità del traffico cittadino. Di tutte le città studiate, New York è risultata la città più 'condivisibile' con il 62%, Berlino e Londra fra le meno 'condivisibili', con il 10-15%”, precisa il ricercatore dell’Iit-Cnr. “I risultati della ricerca mettono anche in luce certe somiglianze tra città storicamente e strutturalmente diverse come Vienna e New York. Questo risultato è sorprendente e la spiegazione possibile per tale somiglianza, nonostante le differenze strutturali, è che ciò che influenza la condivisibilità dei viaggi, è il modo in cui sono organizzate le nostre vite, più che la disposizione della città”. Carlo Ratti, direttore del Senseable City Lab del Mit, che ha guidato la ricerca, conclude: “Con i veicoli a guida autonoma che stanno per arrivare sulle nostre strade, la condivisione delle auto e dei viaggi potrebbe diventare sempre più diffusa, creando nuovi sistemi di mobilità che rappresenteranno un ibrido fra trasporto pubblico e privato”.
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Osservando il moto ondoso in mare aperto con occhi ‘elettronici’, in grado di ricostruirlo in 3D, scienziati dell’Università Ca’ Foscari Venezia e dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Ismar-Cnr) hanno scoperto che onde eccezionalmente alte sono più frequenti di quanto finora ipotizzato dai modelli teorici. Lo studio, pubblicato sulla rivista Journal of Physical Oceanography, è stato svolto nel Mar Adriatico, ma il risultato è di rilievo globale perché riguarda il comportamento delle onde in tutti i mari. Dalla scoperta sono nati il progetto Wass (Waves Acquisition Stereo System) e un brevetto. Gli autori dell’invenzione (Alvise Benetazzo, Francesco Barbariol, Sandro Carniel e Mauro Sclavo dell’Ismar-Cnr e Filippo Bergamasco e Andrea Torsello di Ca’ Foscari) hanno sviluppato una tecnologia, che coniuga computer vision e oceanografia, in grado di misurare il mare in tempo reale anche da telecamere in movimento, posizionate quindi su navi e piattaforme mobili. “La sfida era misurare una superficie in movimento, il mare, usando telecamere che cambiano continuamente il loro punto di vista, perché montate su strutture galleggianti in movimento”, spiega Andrea Torsello, professore di intelligenza artificiale al Dipartimento di scienze ambientali, informatica e statistica di Ca’ Foscari, “ci siamo riusciti dopo due anni di sviluppo e test in mare aperto”. Le onde estreme sono quelle che superano il doppio dell’altezza delle onde mediamente attese nel corso di una mareggiata. Conoscere la loro reale frequenza di accadimento è cruciale non solo per gli oceanografi alle prese con il miglioramento delle teorie, ma anche per i progettisti di navi e piattaforme off-shore. Il sistema sfrutta l’intelligenza artificiale: due telecamere digitali sincronizzate fissano la superficie del mare e individuano punti in comune che la visione stereoscopica riesce a collocare nello spazio tridimensionale. I dati ricavati dai punti osservati, abbinati a risultati dei modelli statistici, vengono elaborati secondo un codice numerico (open source qui) che ricostruisce la superficie del mare in 3D. L’operatore, da remoto, vede sul proprio schermo la ricostruzione tridimensionale delle onde, ma soprattutto ha a disposizione in tempo reale dati riguardanti una superficie ondosa di 10 chilometri quadrati. “Il sistema che abbiamo messo a punto offre informazioni preziose per la sicurezza di chi opera in mare”, afferma Alvise Benetazzo, ricercatore Ismar-Cnr di Venezia, “ma ha permesso anche un avanzamento nella conoscenza scientifica del moto ondoso. L’esigenza di stime più accurate sulle onde estreme è resa ancora più urgente dai cambiamenti climatici in corso: con la frequenza di fenomeni intensi ed eccezionali destinata ad aumentare, diventa cruciale migliorare le previsioni sui possibili impatti delle mareggiate”.
Pubblicato in Ambiente

“Il settore turistico continua a svolgere un ruolo trainante nell’economia italiana, con un’incidenza sul Pil che è arrivata all’11,8%. Un risultato importante, dovuto soprattutto ai flussi di turisti stranieri, che nel decennio 2004-2014 sono aumentati del 32,3% grazie ad uno sviluppo generalizzato del mercato globale, che nel 2015 ha fatto registrare 1.113 milioni di arrivi e che promette di proseguire anche nei prossimi anni, fino a raggiungere 1,8 miliardi di arrivi nel 2030 (dati Unwto)”. Il dato emerge dal “XX Rapporto sul Turismo Italiano”, curato dall’Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo del Consiglio Nazionale delle Ricerche che sarà presentato venerdì 24 giugno alle ore 10 presso la sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma (Piazzale A. Moro 7). Il Rapporto, coordinato anche quest’anno da Emilio Becheri e Giulio Maggiore, costituito da un volume di circa 800 pagine, con la partecipazione di più di sessanta autori, rappresenta da più di un trentennio il principale documento di economia e politica del turismo in Italia; un’occasione preziosa per offrire un contributo alle attività di analisi e riflessione necessarie per fondare strategie di azione efficace. “Anche il mercato domestico, dopo un periodo di crisi prolungata, ha fatto registrare nel 2015 un’inversione di tendenza con un lieve incremento delle presenze degli italiani negli esercizi ricettivi, che hanno superato i 194 milioni (+1,8% rispetto al 2014). Si tratta di un primo segnale di ripresa che fa ben sperare per il futuro, in quanto porta il numero complessivo delle presenze (stranieri e italiani) a più di 384 milioni, che corrispondono a oltre 109 milioni di arrivi”, si legge nella pubblicazione composta da oltre 800 pagine che sarà presentata venerdì. Un altro dato interessante che emerge è il trend positivo che ha caratterizzato alcune delle regioni meridionali. In particolare colpisce che le due regioni più dinamiche rispetto al mercato turistico internazionale siano state la Puglia e la Basilicata, dove le presenze di turisti stranieri sono aumentate, rispettivamente, del 54,7% e del 35,9% nel quinquennio 2009-14. Sono numeri significativi quelli esposti nel Rapporto, che pongono l’Italia ai vertici della classifica delle destinazioni più ricercate (in Europa solo Spagna e Francia fanno meglio con poco più di 400 milioni di presenze). “Ma si tratta probabilmente di dati sottostimati. Esiste, infatti, una quota di “turismo sommerso”, legato a movimenti che sfuggono alle rilevazioni statistiche ufficiali, in quanto il pernottamento non avviene in strutture ricettive ma in seconde case, presso parenti o amici o in altri appartamenti privati. Questo fenomeno, di cui si parla molto poco, rappresenta una realtà tutt’altro che marginale, capace di alimentare numeri superiori a quelli ufficiali”, si legge tra le righe del rapporto. Si stima, infatti, che il numero delle presenze turistiche, comprensivo anche di queste casistiche, potrebbe essere stato di oltre un miliardo, quasi il triplo di quelle rilevate dall’Istat. Come afferma il Direttore dell’IRISS-CNR, Alfonso Morvillo, “il XX Rapporto sul Turismo Italiano si propone di offrire un contributo di conoscenze e di strumenti utili sia attraverso un’analisi sistematica delle evidenze statistiche più significative, organizzate in modo da poter rendere comparabili nel tempi i fenomeni esaminati, sia attraverso la presentazione di alcune ricerche empiriche finalizzate a studiare i fenomeni emergenti di maggiore interesse. Il Rapporto propone, inoltre, case history di successo che possano costituire best practices da prendere a riferimento”.

 

 

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I ricercatori dell'Istituto di genetica e biofisica del Consiglio nazionale delle ricerche (Igb-Cnr) di Napoli hanno identificato il gene, denominato “ZNF687” come responsabile della malattia ossea di Paget associata alla degenerazione neoplastica (tumore a cellule giganti). La ricerca è stata finanziata dalla Fondazione Telethon e dall'Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) ed è stata pubblicata sulla rivista American Journal of Human Genetics. Il tumore a cellule giganti associato alla malattia ossea di Paget è un disordine genetico che colpisce il sistema scheletrico, che secondo i ricercatori ha avuto origine in Campania. "La dolorosa deformità dei segmenti interessati è dovuta a una crescita anomala delle ossa, che diventano più grandi e più deboli e quindi maggiormente soggette a fratture - spiega Fernando Gianfrancesco, ricercatore dell'Igb-Cnr, che ha coordinato lo studio - per l'1% della popolazione affetta, la patologia può essere complicata dallo sviluppo del tumore a cellule giganti delle ossa pagetiche colpite, che provoca un notevole abbassamento dell'aspettativa di vita”.

Il 50-80% dei decessi di tali pazienti avviene nei successivi 5-10 anni dalla diagnosi, aggiunge la ricercatrice Giuseppina Divisato dell'Igb-Cnr, che ha condotto gli esperimenti. Per giungere all'identificazione del gene ZNF687 i ricercatori hanno impiegato tecnologie di nuova generazione. "Questo gene è responsabile della variante della malattia che determina la degenerazione neoplastica delle ossa colpite - continua Gianfrancesco - abbiamo dimostrato che le cause di questa patologia sono esclusivamente genetiche. Infatti, tutti i pazienti affetti presentano la stessa alterazione, che probabilmente si è generata in Campania e negli anni si è consolidata diffondendosi attraverso le generazioni nelle popolazioni limitrofe, il cosiddetto effetto fondatore”.

 

Quest'ultimo elemento della ricerca risolverebbe la questione relativa all'attribuzione di fattori genetici e ambientali nello sviluppo della patologia. “Tra tutti i casi presenti nella letteratura scientifica, oltre il 50% dei pazienti proveniva da tale regione e nello specifico da Avellino - prosegue Gianfrancesco - ma lo studio in merito alla degenerazione neoplastica della malattia ossea di Paget ha escluso cause ambientali associate allo sviluppo dei tumori a livello locale. Evidenza ulteriormente supportata dall'analisi del gene ZNF687 condotta su pazienti americani di origine italiana, discendenti da immigrati e provenienti dalla zona dell'avellinese". Rilevante anche il valore diagnostico e predittivo della ricerca: "Attraverso i risultati dello studio ora è possibile identificare i pazienti pagetici predisposti allo sviluppo del tumore a cellule giganti, indirizzandoli verso un trattamento farmacologico che ne arresti la crescita”, conclude Gianfrancesco. 

 

Pubblicato in Sanità

E’ disponibile sulla rete delle librerie on line l’ultima pubblicazione dell’Istituto Studi sulle società del Mediterraneo, dipartimento specialistico del Consiglio nazionale delle ricerche, dedicato alla fruizione e alla valorizzazione del sistema turistico. Il lavoro, intitolato “Turismi e turisti. Politica, innovazione, economia in Italia in età contemporanea”, curato da Paola Avallone, dell’Issm-Cnr, e da Donatella Strangio, professore associato di Storia economica alla Sapienza di Roma, ricostruisce l’evoluzione del turismo italiano e tenta di identificare e misurare il fenomeno turistico in quanto complesso eterogeneo di operazioni, attività, servizi, consumi e spese.

Il testo raccoglie saggi che affrontano il tema in riferimento a diversi ambiti storici e geografici. Fra le tendenze più interessanti emergono il ruolo delle nuove tecnologie, ancora segnato da punti critici e da un’implementazione a macchia di leopardo, e la conferma delle identità locali come una ricchezza inestimabile da valorizzare meglio.

“In Italia esistono 4488 musei e istituti statali dei quali solo il 42,3% pubblica on line il calendario di iniziative ed eventi, il 22,6% diffonde una newsletter, il 16,3% permette l’accesso online a una selezione di beni, il 13,3% offre un catalogo digitale e il 9,45% un wifi gratuito. Appena 262 musei su 3081 censiti in Italia garantiscono prenotazione e acquisto biglietti in rete”, osserva Paola Avallone citando i dati MiBAC e Istat.

“Il saggio di Olga Lo Presti dell’Issm-Cnr evidenzia in questo quadro decisamente arretrato – continua la Avallone - regioni con sistemi museali che spiccano per diffusione di siti web come Friuli Venezia Giulia e Lazio, mentre la Basilicata, che con Matera sarà capitale della cultura, risulta all’ultimo posto. Bisogna invece comprendere e interpretare i cambiamenti nel comportamento che stanno modificando il concetto stesso di visita in quello di esperienza: i turisti non vogliono solo vedere, ma approfondire divertendosi e in questo le tecnologie sono fondamentali e insostituibili”.

Insufficiente attenzione anche quella che si riserva al patrimonio di beni culturali e ambientali dei piccoli comuni con meno di 5mila abitanti, che costituiscono il 72% dei comuni nazionali. “Questi centri, specialmente nel Sud, rappresentano un capitale di rilevante valore economico, insediativo e infrastrutturale, in gran parte inutilizzato o sottoutilizzato - prosegue la ricercatrice illustrando il lavoro del collega Issm-Cnr Antonio Bertini - eppure, questi centri culturali cosiddetti minori hanno fatto registrare nel 2010 aumenti di turisti nell’ordine del +7% su base annua, affermandosi come luoghi dove si studia e si vive più facilmente rispetto alle grandi città, con ritmi collegati alla qualità della vita”.

L’Italia vanta il primato di Paese d’Europa con più produzioni certificate: 140 Dop (prodotti a denominazione d’origine protetta) e Igp (prodotti a indicazione geografica protetta) e 4000 Pta (prodotti tradizionali agroalimentari) a cui i piccoli Comuni forniscono ben il 99,5% dei prodotti e il 79% dei vini certificati. In particolare il fenomeno dell’enoturismo, in crescita con un ritmo annuale del 12%, conta su 157 strade del vino, che interessano 1450 comuni e 3300 aziende agricole e un potenziale sviluppo economico stimato nell’ordine dell’80% rispetto al fatturato delle aziende oggi operanti nel settore.

 

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Un gruppo di ricercatori coordinati da Cecilia Gotti, Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr), Francesco Clementi, di In-Cnr e Universita' Statale di Milano, e da Mariaelvina Sala, Universita' Statale di Milano, in collaborazione con Michele Zoli dell'Universita' di Modena e Reggio Emilia, ha confrontato gli effetti dell'inalazione del fumo di tabacco con quelli dei vapori di nicotina da sigaretta elettronica; lo studio sul comportamento e gli aspetti neurochimici osservati durante la somministrazione e a distanza di un mese dalla sospensione del trattamento e' pubblicato sulla rivista European Neuropsychopharmacology. "I dati indicano che la sigaretta elettronica non e' innocua, che da' una forte dipendenza e che possiede un effetto ansiogeno rilevante - spiega Sala -. I due trattamenti, con sigaretta elettronica o convenzionale, su un gruppo di topi sottoposto a quantita' di nicotina simili a quelle assunte da un fumatore nell'arco di due mesi sono confrontabili tra di loro, sia per quanto riguarda l'assunzione di nicotina sia per il grado di dipendenza che generano, mentre i test comportamentali indicano che l'astinenza acuta da sospensione di sigaretta elettronica e' minore rispetto a quella indotta dal fumo 'normale', come pure il deficit cognitivo. A fronte di questi dati positivi e' stato pero' riscontrato un maggior aumento dell'ansia e dei comportamenti compulsivi nel caso di sospensione del vapore di sigaretta elettronica, osservabile anche dopo lungo tempo dall'interruzione. Questo indica che nel fumo di tabacco e nel vapore di sigaretta elettronica sono presenti, oltre alla nicotina, composti finora non identificati che possono provocare queste diverse risposte".

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Pubblicato in NEWS

 L'effetto serra conseguente alla cospicua concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera starebbe prolungando l'attuale periodo interglaciale, iniziato circa 11.700 anni fa. Gli effetti climatici della CO2, peraltro gia' relativamente elevata prima dell'avvento della rivoluzione industriale, sono infatti tali da inibire l'inizio di un'era glaciale. E' quanto emerge da uno studio appena pubblicato nella rivista 'Geology' e condotto da un team internazionale di ricercatori guidati da Biagio Giaccio dell'Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche (Igag-Cnr), da Eleonora Regattieri, ora dell'Igag-Cnr di Roma e Phd della scuola Galileo Galilei dell'Universita' di Pisa e da Giovanni Zanchetta, del dipartimento di Scienze della Terra dell'Ateneo pisano. L'analisi dei depositi accumulatisi sul fondo di un antico lago, che un tempo si estendeva nell'attuale piana Sulmona in Abruzzo, ha consentito ai ricercatori di individuare un periodo analogo all'attuale Olocene, indicato con il nome di 'Stadio isotopico marino 19c (MIS 19c)'. In questo periodo, iniziato circa 790mila anni fa, la configurazione orbitale della Terra, e dunque la quantita' di energia solare che riscalda il nostro pianeta, era simile a quella odierna. Lo studio dettagliato di diversi livelli di ceneri vulcaniche rinvenute nell'area, eseguito in centri specializzati in Francia (Cea-Cnrs-Uvsq) e in California (Berkeley Geochronology Center), ha permesso di ottenere per la prima volta un'affidabile cronologia dell'evoluzione climatica di questo antico periodo caldo. "Assumendo una totale analogia tra le due fasi interglaciali, il MIS 19c e l'Olocene - spiega Biagio Giaccio - l'attuale periodo caldo dovrebbe essere relativamente prossimo alla sua fine e volgere verso una nuova glaciazione, se non fosse per la significativa differenza dei gas serra riscontrati nei due periodi". Infatti, mentre durante le fasi iniziali di entrambi gli interglaciali le concentrazioni di CO2 appaiono del tutto simili, l'atmosfera dell'Olocene, gia' a partire dai primi millenni, si e' progressivamente arricchita di anidride carbonica rispetto invece a quella del MIS 19c. "A parita' di insolazione", aggiunge Giovanni Zanchetta, "il diverso contenuto di CO2 potrebbe essere stato sufficiente a far divergere drasticamente l'evoluzione dei due interglaciali conducendo, da un lato, il MIS 19c verso la sua fine, e quindi a una glaciazione, e producendo dall'altro un prolungamento delle condizioni delle attuali condizioni interglaciali". I ricercatori stimano, al 68% di probabilita', che la durata del MIS 19c sia di 10800 +/- 1800 anni. "Questo significa che l'Olocene poteva gia' essere terminato oltre mille anni fa - afferma Giaccio -. La fase di generale raffreddamento del clima olocenico che si ipotizza sia iniziata circa 4.500 anni fa, quella che i geologi definiscono 'neoglaciale', probabilmente rappresentava l'embrione della prossima glaciazione poi, forse, definitivamente abortita per l'eccesso di CO2". "I risultati di questo studio forniscono un'ulteriore prova indiretta all'affascinate ipotesi formulata alcuni anni fa - spiegano i ricercatori -, secondo la quale l'uomo avrebbe modificato il ciclo naturale dei gas serra nell'atmosfera aumentandone il contenuto ben prima della rivoluzione industriale, mediante cioe' le modificazioni della vegetazione conseguenti alla nascita e sviluppo dell'agricoltura preistorica. Indipendentemente da cio', i risultati di questo studio mostrano ancora una volta, e in maniera inequivocabile, l'elevata sensibilita' del clima alla concentrazione atmosferica di gas serra, oggi fortemente influenzata dall'attivita' umana". 

Pubblicato in Ambiente
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