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Roma, 11 ottobre 2018 – Movimento Consumatori e CISAL (Confederazione Italiana Sindacati Autonomi Lavoratori) hanno sottoscritto una prima manifestazione di intenti per iniziare un percorso di convergenza, con obiettivi comuni che siano di beneficio ai consumatori e ai lavoratori e per estendere i rispettivi servizi a tutti gli aderenti alle due organizzazioni.“Il positivo rapporto con il Movimento - commenta Francesco Cavallaro, Segretario Generale CISAL - rientra nelle logiche CISAL, che consistono nell’abbinare servizi concreti e scelte di politica sindacale nell’interesse del Lavoratore. In questa occasione in particolare, l’interesse convergente è di estrema rilevanza e apre la strada a ulteriori sviluppi e iniziative. La tutela di lavoratori, consumatori e utenti segna così un momento nuovo e importante all’interno della rosa di beni e servizi che la CISAL mette a disposizione dei propri associati”.“Dobbiamo cambiare paradigma - afferma Alessandro Mostaccio segretario generale del Movimento Consumatori - smettendola di pensare ai cittadini talvolta come consumatori altre volte come lavoratori, la persona è una, senza reddito non si consuma. Riteniamo quindi strategica la collaborazione con un grande sindacato come la CISAL per ottenere maggiori risultati sia nella diffusione di un modello di consumo sempre più sostenibile e equo, in cui il lavoratore, anche consumatore, possa influenzare il mercato con le proprie scelte di consumo, sia per la crescita della consapevolezza nei lavoratori stessi dei propri specifici diritti come cittadini-consumatori, offrendo loro anche la possibilità di azionarli in maniera semplice ed accessibile”.Su queste basi, concordano Francesco Cavallaro e Alessandro Mostaccio, c’è l'impegno ad approfondire tutte le sinergie realizzabili da inserire in un vero e proprio protocollo di intesa atto ad applicare operativamente gli intenti condivisi e ad istituire un tavolo di confronto permanente sui grandi temi che impattano sui cittadini, sia come lavoratori sia come consumatori.
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CISAL chiede l’intervento del Sottosegretario Cassano per garantire trasparenza e democraticità nella gestione Enasarco. Intanto domani i 7 rappresentanti di Federagenti CISAL non parteciperanno all’Assemblea della Fondazione per protestare contro il comportamento antidemocratico del Presidente Costa. Domani si aprirà all’insegna della contestazione, l’Assemblea Enasarco di approvazione del bilancio sociale. I 7 delegati eletti all’Assemblea dell’Ente in rappresentanza di Federagenti CISAL non prenderanno parte alla presentazione del bilancio della Fondazione, in aperto dissenso rispetto al comportamento tenuto nei loro confronti dal Presidente, Gianroberto Costa. Infatti, nonostante le reiterate richieste presentate negli ultimi mesi di convocare un’assemblea dei delegati per un confronto sulle attribuzioni di questo nuovo importante organo e sul ruolo che Costa e il Cda intendono attribuirgli, nonché per un aggiornamento dettagliato sulle questioni più importanti che riguardano la Fondazione, a tutt’oggi non hanno ricevuto alcuna risposta. “La CISAL, afferma il Segretario Generale Francesco Cavallaro, stigmatizza l’atteggiamento antidemocratico di Costa, che non consente ai nostri delegati di esercitare appieno le funzioni per le quali diverse migliaia di iscritti all’Ente li hanno votati e che contraddice quanto da lui stesso dichiarato, all’atto del proprio insediamento, in tema di trasparenza e democraticità. Chiediamo al Sottosegretario al Lavoro Cassano, conclude Cavallaro, che parteciperà all’Assemblea di domani, di intervenire per garantire la convocazione da parte di Costa dell’Assemblea dei delegati per un focus sui criteri di gestione della Fondazione”.
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“La complessa trattativa condotta sul fronte del Trasporto Pubblico Locale dalla FAISA CISAL e dal nostro comparto CISAL Trasporti, incardinata nelle tempistiche della manovra finanziaria in fase di conversione al Senato, ha portato lunedì scorso alla firma di un accordo tra Governo e sindacati che possiamo definire incoraggiante per il futuro del settore”. E’ quanto ha affermato il Segretario Generale della CISAL, Francesco Cavallaro, all’indomani dell’incontro tenuto presso il Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti per affrontare le problematiche più rilevanti per la categoria degli autoferrovranvieri. “In particolare, ha aggiunto Cavallaro, nel corso di una trattativa lunga e complessa ci siamo confrontati, insieme agli altri sindacati firmatari del Contratto Nazionale TPL, sulla dotazione del Fondo Nazionale, sulle modalità di ripartizione delle risorse alle Regioni e di affidamento dei servizi, sulla clausola sociale e sulla lotta all’evasione tariffaria”. “L’accordo, ha confermato Andrea Gatto, Segretario Generale FAISA CISAL, raggiunto anche grazie all’autorevole mediazione del Capo di Gabinetto del MIT, ha implicazioni interessanti sotto vari profili. Anzitutto prevede l’indicizzazione, a partire dal 2019, delle risorse del Fondo Nazionale Trasporti, necessarie per lo svolgimento dei servizi di trasporto e per la sopravvivenza delle Aziende”. “In secondo luogo, in occasione delle imminenti gare europee per l’affidamento dei servizi di trasporto, si stabilisce il trasferimento all’eventuale nuovo gestore di tutto il personale dipendente senza soluzione di continuità e con l’obbligo per le aziende subentranti di garantire tutti i diritti contrattuali previsti sia dal Contratto Nazionale di settore, sia dagli Accordi Aziendali di secondo livello o Territoriali applicati dalle aziende uscenti. Infine, ha concluso Gatto, è convenuto che le norme contenute nella Legge Speciale di settore, che sta per essere abrogata dalla manovra finanziaria correttiva, sopravviveranno fino al loro inserimento nella contrattazione nazionale del comparto, che il Ministero favorirà convocando a breve un tavolo tra le Associazioni Datoriali delle Imprese e le Organizzazioni Sindacali dei Lavoratori, e prorogando, se necessario, il termine di un anno previsto dalla manovra”.
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“Ho sempre riflettuto - anche per il ruolo che mi è assegnato - sull’effettivo significato dell’articolo 1 della Costituzione, che pone il Lavoro a fondamento della democrazia repubblicana, da leggere in combinato disposto con il successivo articolo 4, secondo cui “la Repubblica riconosce a tutti cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Sfido chiunque a trovare nel nostro ordinamento strumenti che abbiano effettivamente inciso sulle condizioni che dovrebbero rendere il Lavoro un diritto effettivo. Esistono semmai meri enunciati normativi che difficilmente hanno inciso su quelle condizioni, se non addirittura per peggiorarle. Per comprendere le ragioni della formulazione ambigua adottata nella Carta Costituzionale, bisogna guardare alla battaglia che in Assemblea Costituente si accese attorno al nostro modello di Repubblica, in esito della quale si produsse una formulazione tuttora interpretabile secondo due opinioni: quella di coloro per i quali l’articolo 1 assegna alla categoria del lavoro la funzione di “idea forza”, intendendola cioè come concetto fondamentale che sta alla base di tutta l’architettura costituzionale e l’altra - di segno esattamente contrario - per cui una tale disposizione avrebbe un valore puramente retorico, anche perché una posizione di privilegio per i lavoratori, rispetto a ogni altro cittadino, apparirebbe in contrasto con l’altro principio fondamentale, di eguaglianza, enunciato nel successivo articolo 3. A quasi settant’anni di distanza dalla scrittura dei principi contenuti nei richiamati articoli, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la seconda opinione ha - purtroppo - avuto prevalenza sulla prima. A ciò dobbiamo aggiungere la posizione servente in cui il legislatore ha relegato il lavoro rispetto agli altri due fattori della produzione - la terra e il capitale - nelle politiche di sviluppo e unagiurisprudenza costituzionale che tenta costantemente di screditare ogni argomentazione fondata sul principio lavorista, nonostante la Costituzione abbia dedicato l’intero suo terzo Titolo, afferente i rapporti economici (artt. dal 35 al 47) proprio al lavoro quale fattore primario sul quale sarebbe stata fondata la Repubblica democratica nella quale ci troviamo a vivere. La situazione economica e finanziaria in cui oggi ci troviamo - anche per effetto della cessione di quote della nostra sovranità alla Commissione Europea - non consente più di utilizzare il lavoro come motore del sistema; né possiamo ritenere concretamente invocabile quanto prescrive l’articolo 46 della Costituzione secondo cui “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende “, visto che anche queste ultime stanno risentendo di una crisi che difficilmente può orientarle verso un sistema economico di tipo “partecipativo” come quello realizzato - ad esempio - in Giappone. Per ottenere un simile risultato occorrerebbe infatti riconoscere effettivo valore precettivo all’articolo 39 della stessa Costituzione secondo cui “l’organizzazione sindacale è libera”, poiché - per esser tale - ogni sindacato dotato di un minimo di rappresentatività dovrebbe esser legittimato a stipulare contratti collettivi con efficacia “erga omnes”, mentre sappiamo che così non è, visto che proprio l’articolo 39 (ancora in attesa di piena ed effettiva attuazione) e la libertà di organizzazione sindacale - ribadita dagli articoli 12 e 28 della Carta di Lisbona - sono ancora in attesa di produrre i loro effetti, almeno per quello che si riferisce al dispiegamento della forza dei sindacati autonomi, sia nella contrattazione collettiva che negli ambiti partecipativi che da questa scaturiscono. Tutto ciò avviene nonostante la Corte Costituzionale abbia da tempo ammonito almeno sul contenuto di questa norma, attribuendole un valore fondativo nazionale che “non può essere circoscritto entro i termini angusti di una dichiarazione di libertà organizzativa, ma, nello spirito delle sue disposizioni e nel collegamento con l’articolo 40 della Costituzione si presenta come affermazione integrale della libertà di azione sindacale” (v. Corte Cost. n. 29 del 1960). La difficoltà di dare piena attuazione a questo principio nasce però non solamente dalla volontà del Legislatore che considera la libertà organizzativa e quella associativa dei sindacati come diritti da porre sullo stesso piano, mentre non lo sono affatto, ma anche da successive pronunzie della stessa Corte che troppo spesso si è solo limitata a constatare come “le libertà di associazione di organizzazione sindacale, di cui agli articoli 18 e 39 Cost., rientrano indubbiamente tra i diritti inviolabili dell’uomo”, senza voler tenere conto del fatto che l’eccessivo valore dato alla “maggior rappresentatività” di un sindacato rispetto ad altri - resi in tal modo “meno uguali degli altri” - genera inevitabilmente una stasi nei passaggi degli iscritti dal primo ad uno dei secondi, andando così a comporre un quadro non molto lontano da quello che, coattivamente, era stato realizzato dal fascismo attraverso la disciplina corporativa del lavoro. Si realizza in questo modo una distinzione -se non addirittura un contrasto - fra Costituzione vigente e Costituzione vivente che si ritrova in diverse disposizioni legislative, qua e là sparse nel mare magnum dell’ordinamento, distinzione in base alla quale la chiave della legittimazione sindacale è vista, puramente e semplicemente, nella rappresentatività anziché nella rappresentanza: intendendosi la prima come situazione di diritto che sempre deve prevalere sulla seconda, degradata a mera situazione di fatto che può assumere rilievo nella contrattazione collettiva e nei suoi istituti solamente a condizione che non vada a contrastare con gli indicatori che lo stesso legislatore ha stabilito per individuare i maggiori livelli di rappresentatività di un’associazione sindacale rispetto ad un’altra, per poi anche conferirle funzioni pubbliche (certificazioni, assistenza previdenziale e fiscale ecc.) dal cui esercizio altre associazioni dello stesso tipo possono essere - in tutto o in parte - escluse. Stabilito dunque il legame fra le diverse norme costituzionali ancora in attesa di essere attuate da parte del legislatore ordinario, onde finalmente conferire al lavoro - in tutte le sue forme - quel ruolo di motore dell’economia che tutti dicono di auspicare, potrei limitarmi a constatare che l’inerzia di questo settantennio ci ha condotto al disastro economico e sociale oppure affermare, come ritengo giusto fare, che è arrivato il momento di reagire al declino rivendicando la pienezza della nostra sovranità nel voler attuare quel dettato costituzionale che vede nel lavoro e nei lavoratori la base della nostra democrazia”. Francesco Cavallaro, Segretario General
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“E’ arrivato il momento di reagire al declino della nostra società attuando in concreto quel dettato costituzionale, volutamente e ripetutamente ignorato dal legislatore, che vede nel lavoro e nei lavoratori, opportunamente sostenuti, la salvezza dell’economia. La CISAL si propone sia ai propri aderenti, sia alle altre forze sindacali e politiche, come prima firmataria di un patto per lo sviluppo economico che non sia carico di vuote declamazioni, ma rechi proposte semplici e concrete. Poiché la mancata attuazione dei principi costituzionali che riconoscono al lavoro il ruolo di motore dell’economia può esser considerata come una delle principali cause della nostra crisi, invito le parti sociali ad attuare questi principi - che sembrano rinverdire ogni giorno la loro attualità e imprescindibilità - attraverso interventi chirurgici sul sistema fiscale, previdenziale, finanziario e lavoristico. Solo rivendicando nei fatti la pienezza della nostra sovranità nel voler attuare il dettato costituzionale possiamo contrastare l’inerzia del legislatore in merito alla tutela del Lavoro, che ci ha condotti a una situazione sociale disastrosa, affidata a un documento di programmazione economica tracciato sotto dettatura della Commissione Europea, cui poco importa dei principi fondanti di ciascuno Stato membro. Uniti, dobbiamo imporre al Parlamento l’attuazione della Costituzione privilegiando la tutela del lavoro e attribuendogli pari dignità rispetto degli altri due fattori di produzione, terra e capitale. Se analizziamo anche solo per grandi linee l’attuale assetto normativo sul quale si fondano le politiche di sviluppo, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il legislatore sembra privilegiare quasi sempre la terra e il capitale, relegando proprio il lavoro in una posizione servente dei primi due. Anche la giurisprudenza costituzionale non ci aiuta, visto che sembra voler costantemente screditare ogni argomentazione fondata sul principio lavorista. Sebbene il lavoro sia il fondamento della nostra democrazia, in questi anni abbiamo assistito ad una progressiva e crescente “messa all’angolo” appunto del lavoro, del frutto del lavoro ed anche delle organizzazioni dei lavoratori. La fallimentare politica fiscale, che registra un’evasione di oltre 110 miliardi, ha contribuito a creare nel nostro bilancio una voragine che sembra si voglia colmare a spese di chi già paga, di chi non può evadere. Confrontando il livello di tassazione del lavoro con quello degli altri due fattori della produzione, è fin troppo facile individuare dove si eserciti la maggior pressione: i beni immobili sono colpiti prevalentemente da imposte locali, le transazioni sui capitali scontano imposte mai superiori al 26%, mentre i lavoratori tutti - autonomi o dipendenti che siano - arrivano a versare al fisco, a fronte dei guadagni realizzati, imposte statali e locali che talvolta superano il 60% dell’imponibile. È ovvio che - in queste condizioni - il tasso di disoccupazione che colpisce il nostro Paese non possa che essere fra i più alti d’Europa. Interventi apparentemente destinati a ridurre le tasse o ad aiutare i redditi più bassi si sono rivelati depressivi e ingannevoli per i cittadini, hanno creato incertezza e sfiducia nel futuro e nelle istituzioni. I ripetuti blocchi dei contratti del pubblico impiego, il blocco dell’indicizzazione delle pensioni, un sistema previdenziale i cui effetti disastrosi si ripercuoteranno in misura sempre maggiore sui pensionati, sono l’esito di manovre di cassa che hanno annichilito il Paese”. E’ quanto ha dichiarato ieri Francesco Cavallaro, Segretario Generale CISAL, in occasione del convegno “Il lavoro è la salvezza dell’economia”, organizzato presso la Camera dei Deputati dall’associazione culturale “L’Alba del Terzo Millennio”.
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Lo Stato c’è. E l’ha dimostrato sabato scorso, con l’ottima organizzazione messa in campo da polizia e forze armate in occasione della celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma e della concomitante visita pastorale del Santo Padre a Milano. Un’organizzazione che ha saputo garantire il pacifico svolgimento delle manifestazioni gestendo con estrema professionalità anche le componenti di dissenso che minacciavano il sereno svolgimento dei cortei sulla piazza romana. La strategia preventiva attuata dai lavoratori, uomini e donne, dell’intero corpo delle forze armate e di tutte le unità operative che svolgono attività di servizio d’ordine si è dimostrata vincente e perfettamente rispondente allo straordinario progetto di coordinamento predisposto per l’occasione dal Ministero dell’Interno e realizzato con scrupolosa precisione dalle strutture delle forze di sicurezza. La macchina dello Stato, oltre ad avere soddisfatto pienamente le aspettative dei cittadini italiani, ha così dato tangibile dimostrazione di efficienza ai rappresentanti dell’Unione europea convenuti nella Capitale.
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La CISAL, convocata questa mattina in audizione sulla “legge Madia” presso la Commissione Parlamentare per la Semplificazione, ha presentato al Presidente Bruno Tabacci alcune proposte di emendamento sui decreti attuativi della riforma della Pubblica Amministrazione. “L’approccio con cui la Confederazione ha elaborato il proprio contributo, spiega Francesco Cavallaro, Segretario Generale della CISAL, punta anzitutto a favorire la piena autonomia dell’Amministrazione dalla Politica, con l’introduzione del binomio potere-responsabilità a tutti i livelli, a garanzia di economicità, trasparenza e legalità dell’azione amministrativa. Riteniamo inoltre indispensabile recuperare nel Pubblico Impiego il primato della contrattazione, anche decentrata, con la conseguente massima delegificazione possibile, e ottenere la modifica quantitativa e qualitativa degli stanziamenti annunciati, da trasformare in veri e propri investimenti espressamente finalizzati a riformare la PA in termini funzionali alla crescita economica e sociale del Paese”. “Nella configurazione delle nostre proposte, aggiunge Cavallaro, abbiamo tenuto in massima considerazione elementi imprescindibili per una corretta gestione del Pubblico Impiego, quali la molteplicità e l’eterogeneità delle amministrazioni chiamate a recepire e gestire la nuova disciplina, e la necessità di rispettare le differenze funzionali, professionali e operative degli oltre tre milioni di lavoratori coinvolti. Differenze che certo non sono state cancellate dalla riconfigurazione del settore in quattro comparti”. “A prescindere dal merito del nostro intervento, conclude il Segretario, desta comunque profonde perplessità il fatto che il Governo abbia atteso praticamente la scadenza del termine di due anni previsto dalla legge per esercitare le deleghe attuative della riforma. Ritardo con cui, complice la mancata ottemperanza alla sentenza della Corte Costituzionale ottenuta su ricorso promosso anche dalla FIALP CISAL, è stato illegittimamente prorogato di otto anni il termine naturale previsto per il rinnovo del contratto del Pubblico Impiego”.
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Non accennano a diminuire le preoccupazioni della CISAL per il futuro dei dipendenti della Carlson Wagonlit Travel, multinazionale leader nella gestione di viaggi d’affari, meeting ed eventi, che in Italia conta circa 750 dipendenti.Impegnata al terzo tavolo di confronto con l’Azienda, la CISAL ha ribadito la necessità di essere resa al più presto partecipe delle scelte legate all’annunciato piano di riorganizzazione della CWT. La multinazionale, che lo scorso luglio aveva dichiarato dai 30 ai 50 potenziali esuberi nel comparto Travel Services in Italia, non ha ancora reso noti i dettagli della riorganizzazione che si dovrebbe avviare entro il 2017 e, pur dichiarandosi aperta a soluzioni condivise con il sindacato che contribuiscano a evitare procedure di licenziamento collettivo, non ha offerto elementi concreti su cui costruire un percorso che scongiuri ristrutturazioni di personale.Convinta che sia possibile trovare soluzioni mirate e soddisfacenti per entrambe http://www.mioaffitto.it/affitto_monolocale_roma/affitto-monolocale_1746291.htmlle parti mantenendo gli attuali livelli di occupazione, la CISAL vuole contribuire alla definizione delle modalità di attuazione a livello italiano del piano di riorganizzazione globale.Gli elevati livelli di professionalità dei lavoratori italiani della Carlson Wagonlit Travel garantiscono alle aziende clienti un servizio di altissima qualità, che non è pensabile possa essere mantenuto con la delocalizzazione. Non a caso, come dimostra il fenomeno della rilocalizzazione, un numero crescente di aziende, dopo aver affidato fasi dei propri processi produttivi a fornitori stranieri, a causa dell’inferiorità delle maestranze e del progressivo aumento del costo del lavoro sui mercati esteri, torna sui propri passi. Per evitare che la diminuzione degli standard del servizio fornito inneschi una reazione a catena con ricadute pesanti sul lavoro, nelle sedi opportune la CISAL impegnerà anche il Governo affinché la aziende che ottengono commesse italiane non utilizzino lavoratori in siti esteri.Il tempo stringe e alla Confederazione le rassicurazioni verbali di CWT non bastano più. Se un percorso congiunto dev’essere intrapreso, deve cominciare quanto prima, per evitare di trovarsi nei prossimi mesi davanti a una decisione già assunta, non condivisa con i lavoratori. È necessario che Carlson Wagonlit Travel dimostri con i fatti la decantata autonomia della gestione italiana in merito alle modalità con cui adempiere alle direttive corporate che impongono il taglio dei costi. Non conforta lo storico di progetti di delocalizzazione di comparti dell’Azienda portati avanti senza alcun confronto con i dipendenti.Il prossimo incontro, previsto tra circa un mese, non potrà più prescindere da informazioni utili a valutare come garantire la sopravvivenza di tutte le sedi italiane della CWT, valorizzando le professionalità coinvolte e mantenendo immutati i livelli occupazionali.
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“Accogliamo con favore e ci impegniamo a sostenere nelle sedi opportune, a partire dalla calendarizzazione al Senato, la proposta di autoriforma approvata all’unanimità dall’Assemblea del CNEL, mirata a restituire al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro la sua funzione di promozione e sintesi del dialogo tra parti sociali”. E’ quanto dichiara Francesco Cavallaro, Segretario Generale CISAL, all’indomani dell’iniziativa con cui i consiglieri dell’istituto hanno voluto gettare le basi per il rilancio concreto dell’ente messo in discussione dal referendum del 4 dicembre scorso.“Particolarmente significative, continua Cavallaro, le proposte in materia di composizione del Consiglio e di definizione dei suoi compiti. Fermo restando il numero dei consiglieri, spiega Cavallaro, il disegno di legge modifica, nel segno del più ampio pluralismo, le regole di rappresentanza dell’Istituto, rendendole idonee a garantire una presenza con funzione consultiva a tutte le confederazioni rappresentative a livello nazionale”.“Tra i nuovi compiti del CNEL, precisa il Segretario, la redazione di specifici rapporti su mercato del lavoro e BES – benessere equo e sostenibile – e di pareri obbligatori preventivi e non vincolanti su Def e legge di bilancio, e l’attribuzione della funzione di certificazione del grado di rappresentatività nazionale delle organizzazioni sindacali nel settore privato”.“In sintesi, conclude Cavallaro, il CNEL dimostra di guardare al futuro rivendicando la dignità e il valore di quarto organo di rango costituzionale dello Stato dopo Corte dei Conti, Consiglio di Stato e CSM, e aspirando a ulteriori contenuti in relazione alla propria peculiarità di organo consultivo del Parlamento. Si tratta di una nuova importante tappa di un percorso virtuoso iniziato con la spending review interna che dal 2012 al 2016 ha restituito al bilancio dello Stato ben 37 milioni di euro e che porterà la Commissione Speciale per l’Informazione a varare entro il mese di giugno un report sul mercato del lavoro e sulla contrattazione collettiva”.
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«Un Pil 2016 ancorato allo zero virgola, un deficit (sia pure autorizzato dalla UE) e un debito pubblico in aumento, una spesa pubblica fuori controllo (che fine ha fatto la spending review?), una pressione fiscale solo formalmente ritoccata e, infine, la spada di Damocle delle cosiddette clausole di salvaguardia (aumento dell’Iva), ancora lì a dimostrare l’incertezza e la precarietà dei nostri conti pubblici». È impietoso il quadro generale del Paese illustrato dal segretario generale della CISAL, Francesco Cavallaro, nella sua relazione al Consiglio nazionale della Confederazione Italiana Sindacati Autonomi Lavoratori, riunito al Grand Hotel Salerno della città campana: «Nulla di rassicurante, purtroppo, a cominciare dal lavoro che non c’è, mentre la disoccupazione, specie dei giovani e delle donne, soprattutto nel Mezzogiorno, continua ad essere drammatica». In materia di “equità previdenziale”, ha ricordato Cavallaro, chiara la ricetta della CISAL: «reale e definitiva separazione tra previdenza ed assistenza affinché le prestazioni di natura assistenziale (ovvero non coperte da versamenti contributivi) siano a totale carico della solidarietà generale (fisco); ripristino, sia pure graduale, di un sistema di aggancio delle pensioni all’andamento delle retribuzioni dei lavoratori attivi; eliminazione di ogni disparità di trattamento fiscale sulle prestazioni dei Fondi complementari pubblici rispetto a quelle dei Fondi privati, con contestuale recupero del danno provocato ai lavoratori pubblici dal colpevole ritardo del legislatore (1996-2012) per il mancato esercizio della delega; studio, nell’ambito dell’auspicata riforma fiscale, di una diversa tassazione del redditi da pensione». E parlando della “Non Riforma Fiscale”, Cavallaro ha puntato l’indice su «un Paese che sopporta da troppo tempo uno dei fenomeni più odiosi per una società democratica fondata sul lavoro: l’evasione fiscale e contributiva. Circa un terzo della ricchezza prodotta (circa 570 miliardi) annualmente sfugge, infatti, ad ogni tipo di imposta sottraendo all’erario, dai 130 ai 170 miliardi di euro che potrebbero essere, invece, impiegati a sostegno delle Riforme (a partire da quella fiscale) per uscire dal tunnel ed imboccare finalmente la strada della crescita, dello sviluppo e quindi dell’occupazione e del lavoro». «La proposta di riforma fiscale della CISAL – ha ricordato Cavallaro – intende introdurre strutturalmente nel sistema fiscale il cosiddetto “contrasto di interessi”. Una proposta che parte dalla constatazione che oggi chiunque effettui una spesa subisce, in realtà, una doppia tassazione. Infatti, la quota di reddito impiegata per una spesa, oltre all’imposizione indiretta applicata all’atto del pagamento (Iva), ha già subito (nei numerosissimi casi di ritenuta alla fonte) o comunque subirà, all’atto della dichiarazione dei redditi, un’ulteriore tassazione derivante dall’imposizione diretta (Irpef). In definitiva: chi consuma paga due volte. Ne consegue che effettuare una spesa o ricevere una prestazione in nero si traduce in un risparmio per il contribuente, ma anche nel doppio guadagno a vantaggio dell’evasore». Passaggio importante della relazione del segretario generale della CISAL è stato, infine, quello sulla riforma della giustizia e le misure anticorruzione: «Una giustizia che funzioni – ha sottolineato Cavallaro – rappresenta sicuramente uno dei più efficaci deterrenti contro il malaffare in genere, la corruzione in particolare. Naturalmente – ha aggiunto – servono le leggi, ma le lungaggini procedurali e processuali, unitamente alla mancanza di certezza della pena, ammesso che si arrivi in tempi utili a sentenza definitiva, finiscono quasi sempre per renderle inefficaci. Tutto questo non certo per negare la necessità della Riforma, (eravamo e siamo favorevoli ad esempio alla responsabilità dei giudici), quanto per auspicarne la capacità di affrontare e indicare soluzioni che abbraccino a 360 gradi la complessa materia della legalità (dai reati comuni a quelli della criminalità organizzata, dai reati contro la pubblica amministrazione a quelli contro il patrimonio, l’ambiente, le donne, il terrorismo e le tante forme di schiavitù). Un vero piano strategico, insomma, che non trascuri le croniche disfunzioni organizzative e funzionali delle strutture giudiziarie, consenta di avere quel minimo di certezze che possano sostenere le speranze, la voglia di fare, di intraprendere, di operare nella legalità. È questa – ha detto ancora Francesco Cavallaro – una delle condizioni indispensabili che, purtroppo, mancano a questo Paese, anche per attrarre capitali di investimento. Siamo garantisti, naturalmente, ma siamo anche stufi – ha concluso il segretario generale della CISAL – di essere costretti a restare in perenne apnea prima di conoscere la verità, specie se giudiziaria».
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