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A gennaio, rispetto al mese precedente, secondo i dati resi noti dall'Istat l'export aumenta dello 0,5% e l'import diminuisce dello 0,2%. La crescita congiunturale dell'export, per il quarto mese consecutivo, è determinata dall'incremento delle vendite verso i mercati extra Ue (+2,8%), mentre quelle verso i mercati Ue (-1,3%) sono in diminuzione. La contenuta flessione degli acquisti è da ascrivere ai beni di consumo (-5,5%) e a quelli strumentali (-4,5%). Negli ultimi tre mesi l'export cresce congiunturalmente del 3,8%, con un incremento più ampio per i paesi extra Ue (+5,9%) rispetto a quelli Ue (+2,2%). In termini tendenziali, a gennaio 2017 si rileva un aumento sia dell'import (+15,5%) sia dell'export (+13,3%), determinato principalmente dalla sostenuta crescita dell'interscambio con l'area extra Ue. Al netto delle differenze nei giorni lavorativi (21 a gennaio 2017 contro 19 di gennaio 2016), l'aumento risulta più contenuto: +10,7% per l'import e +10,1% per l'export. Il saldo commerciale è pari a -574 milioni (+34 milioni a gennaio 2016). Al netto dell'energia, si registra un avanzo di 2,7 miliardi. Paesi ASEAN (+57,0% su gennaio 2016), Russia (+39,4%), Cina (+36,5%), Stati Uniti (+35,8%), Giappone (+28,8%) e Germania (+9,6%) sono, tra i principali mercati si sbocco, i più dinamici all'export. L'aumento delle vendite di prodotti petroliferi raffinati (+69,4%), autoveicoli (+27,7%) e articoli farmaceutici chimico-medicinali e botanici (+25,9%) è rilevante. In forte crescita l'import da paesi OPEC (+53,4%) e Russia (+43,3%) e gli acquisti di petrolio greggio (+123,9%). A gennaio l'indice dei prezzi all'importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,2% rispetto al mese precedente e del 4,7% nei confronti di gennaio 2016. L'aumento dei prezzi all'importazione dipende principalmente dalle dinamiche del comparto energetico, al netto del quale l'indice registra un aumento dello 0,3% in termini tendenziali mentre rimane invariato rispetto al mese precedente. L'incertezza del quadro normativo nazionale per le comunicazioni sugli acquisti di merci dai paesi Ue a gennaio 2017, superata con l'entrata in vigore della legge n. 19 del 28 febbraio 2017, ha reso necessario ampliare la quota stimata per questo flusso al fine di tenere conto del mancato contributo informativo per un ridotto sotto-insieme di operatori economici.
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Mercoledì, 18 Gennaio 2017 05:08

Export e import in crescita a novembre

A novembre, rispetto al mese precedente, secondo i dati Istat si registra un aumento sia per le esportazioni (+2,2%) sia per le importazioni (+1,7%). Il surplus commerciale è di 4,2 miliardi (+4 miliardi a novembre 2015). L'aumento congiunturale dell'export è trainato dalle vendite verso i mercati extra Ue (+3,4%) e in misura minore da quelle verso l'area Ue (+1,2%). Tutti i principali raggruppamenti di industrie sono in espansione a eccezione dei beni di consumo durevoli (-0,9%), che registrano un leggero calo. Nel trimestre settembre-novembre 2016, rispetto al trimestre precedente, l'aumento dell'export (+0,9%) coinvolge entrambe le principali aree di sbocco, con una crescita più intensa per i paesi extra Ue (+1,7%), rispetto all'area Ue (+0,4%). Le importazioni (+1,2%) crescono in misura lievemente più ampia delle esportazioni. A novembre la crescita tendenziale dell'export (+5,7%) riguarda con analoga intensità sia l'area Ue (+5,7%) sia quella extra Ue (+5,6%); l'incremento dell'import (+5,6%) è principalmente determinato dall'area Ue (+8,1%). Le vendite di mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+18,4%), di autoveicoli (+13,7%) e di sostanze e prodotti chimici (+13,4%) sono in forte aumento. Dal lato dell'import, aumenti rilevanti riguardano gli autoveicoli (+27,8%), i mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+12,3%) e i macchinari e apparecchi n.c.a. (+11,6%).

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Martedì, 10 Gennaio 2017 11:49

Nel 2016 record export con 38 miliardi

Record storico per il valore delle esportazioni di prodotti agroalimentari italiani che nel 2016 ha raggiunto il massimo di sempre, arrivando a quota 38 miliardi di euro, grazie a una crescita del 3 per cento. E’ quanto emerge da una proiezione della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nei primi nove mesi del 2016.«Quasi i tre quarti delle esportazioni - sottolinea la Coldiretti - interessano i Paesi dell’Unione Europea con il mercato comunitario che aumenta il proprio peso grazie a un incremento del 4%, ma il Made in Italy a tavola continua a crescere su tutti i principali mercati, dal Nordamerica all’Asia fino all’Oceania. Solo in Russia l’export continua a soffrire pesantemente gli effetti dell'embargo».«Tra i principali settori dell’export tricolore - stima l'associazione di categoria - il prodotto più acquistato all’estero si conferma il vino (per un valore di 5,6 miliardi e una crescita del 3%) davanti all’ortofrutta fresca (5 miliardi e +4%), ai formaggi (2,4 miliardi e +7 per cento) e all’olio che fa segnare un +6%. Balzo in avanti anche dai salumi, con un +8 per cento».«Analizzando le performance dei prodotti nei singoli Stati si scoprono aspetti sorprendenti - evidenzia Coldiretti - a partire del successo del vino tricolore in casa degli altri principali produttori, con gli acquisti che crescono in Francia (+5%), Stati Uniti (+3%), Australia (+14%) e Spagna (+1%). Ma va sottolineato che nel Paese transalpino, patria dello Champagne, lo spumante tricolore fa addirittura segnare un incremento in doppia cifra, pari al +57%. Oltre al vino, i francesi gradiscono anche il formaggio italiano, le cui vendite sono cresciute dell’8%, ma i latticini nostrani vanno forte anche in Cina (+34%)». Nel gigante asiatico, che alcuni vorrebbero come inventore degli spaghetti, trionfa anche la pasta che registra un +16%. Ottimi risultati anche dalla birra che conferma la crescita nei paesi nordici, dalla Germania (+6%), alla Svezia (+7%), fino ai pub della Gran Bretagna (+3%), con un vero e proprio exploit nell’Irlanda della Guinness (+31%). Bene anche salumi e prosciutti che spopolano in terre di salsicce come la Germania (+9%) e di hamburger come gli Stati Uniti (+19%), in quest’ultimo caso grazie anche al superamento del blocco durato 15 anni delle esportazioni nazionali in Usa.«Il record fatto segnare sulle tavole straniere è significativo delle grandi potenzialità che ha l’agroalimentare italiano che traina la ripresa dell’intero Made in Italy”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “l'andamento sui mercati internazionali potrebbe ulteriormente migliorare da una piu’ efficace tutela nei confronti della 'agropiraterià internazionale che fattura oltre 60 miliardi di euro utilizzando impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all'Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale. All'estero - ha sottolineato Moncalvo - sono falsi due prodotti alimentari di tipo italiano su tre».

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Se non un tracollo si tratta di una caduta di export che sta mettendo in crisi settori produttivi di piccole e medie imprese legate all'artigianato. Si tratta del blocco delle esportazioni verso i mercati della Russia che sta mettendo a rischio la sopravvivenza di molte piccole aziende. È questa l'analisi dell’Ufficio Studi di Confartigianato sul made in Italy in Russia, un report che evidenzia un doppio problema: la crisi dei rapporti commerciali tra Europa e Russia e il ristagno dell’economia russa in una lunga recessione con un calo del Pil del 3,7% lo scorso anno e dell’1,2% nell’anno in corso. "Il volume di beni importati", rivela Confartigianato, "ha iniziato a scendere nel 2014 (-6,9%) per crollare nel 2015 (-28,4%) e segnare una ulteriore flessione (-3,6%) nel 2016. Alla bassa crescita si sovrappone una marcata svalutazione del rublo, amplificando l’impatto negativo sulle vendite dei prodotti italiani sul mercato russo, uno dei mercati del made in Italy più dinamici negli ultimi anni: ad agosto si rileva un deprezzamento del rublo del 51,1% rispetto ad agosto 2014". L’analisi dei più recenti dati del commercio estero relativi ai mercati extra Ue evidenzia che il valore annualizzato ad agosto 2016 dell’export verso la Federazione Russa è pari a 6.779 milioni di euro e mostra un calo tendenziale – che perdura da oltre due anni – e che è pari all’11,5%. "Da inizio anno", prosegue la nota di Confartigianato, "si rileva comunque una attenuazione della caduta. Il valore annualizzato ad agosto 2016 dell’export verso la Federazione Russa risulta in calo di 3.840 milioni di euro rispetto allo stesso periodo del 2013 e pari ad una diminuzione del 36,2%". L’analisi per territorio mostra che la regione con la maggiore esposizione nei settori di media e piccola impresa sul mercato russo è le Marche, segue l’Emilia-Romagna, il Veneto, e la Toscana con lo 0,23%. Tra le prime dieci province per esposizione, spicca Fermo, seguita da Macerata, Rimini, Reggio Emilia, Ascoli Piceno, Pesaro-Urbino, Vicenza, Treviso, Pordenone e Forlì–Cesena.


 

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"Si avvertono, piccoli segnali di ripresa, magari poi azzerati dal mese successivo, ma che fanno ben sperare sia sul versante dell’internazionalizzazione che su quello di un rilancio del settore sul mercato nazionale”. Incrocia le dita Francesco Mati, presidente della Federazione nazionale florovivaismo di Confagricoltura, sperando che la crisi possa essere superata. Il contesto, tuttavia, rimane difficile, ad ammetterlo è lo stesso Mati. “Il clima", osserva, "generale di tensione, anche di politica estera legato alla minaccia di attentati, unito agli effetti del recente sisma che ha sconvolto il nostro Paese e alla crisi economica messa in luce dai dati Istat del primo trimestre 2016, non favoriscono la ripresa dei consumi e l’acquisto di piante e fiori". Sull’export, da anni valvola di sfogo per il made in Italy, ci sono grandi attese: “La Turchia è ad esempio un mercato promettente per il florovivaismo italiano", ricorda Mati,  "ed è in programma a breve  una settimana dedicata all’Italia organizzata dall’Ice”. “Confagricoltura", aggiunge il presidente della Federazione nazionale florovivaismo, "continua a impegnarsi a livello nazionale sollecitando l’adozione di azioni e misure di rilancio del  verde privato e pubblico. Siamo convinti che questo sia uno dei settori da incentivare per aiutare l’Italia a uscire dalla crisi”.  Far ripartire la macchina dei lavori pubblici, sottolinea sempre Mati, , è fondamentale, ma è necessario che questa comprenda  anche un serio piano di riqualificazione del verde pubblico. Sulle agevolazioni per il verde privato  è in corso l’iter per un nuovo disegno di legge che preveda sgravi fiscali per la ristrutturazione degli edifici e il riammodernamento del giardino. Serviranno a misurare il mercato e capire cosa succederà nei prossimi mesi  una serie di eventi e fiere di alto livello, sia professionale che amatoriale, come le edizioni 2016 del Flormart di Padova o dell’Horticolario di Villa Erba sul Lago di Como. “Voglio attirare ancora un volta l’attenzione", ribadisce Mati, "sulla lotta alla piaga del lavoro in nero che porta con sé, oltre a una concorrenza sleale per le imprese del verde legalmente in regola con le normative del comparto, anche la mancanza di garanzie sulla qualità e  sicurezza sul lavoro”.


 

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Basilicata, Molise, Abruzzo e Lazio, trainano l’export italiano. Mentre tutte in negativo, le regioni: Piemonte, Sardegna, Liguria, Sicilia, Campania, Friuli-Venezia Giulia. Alti e bassi, dovuti a due settori strategici per l'export, ossia gli autoveicoli e i prodotti petroliferi raffinati, in particolare a scivolare in fondo sono il Piemonte e la Sardegna che fanno registrare dati negativi in questi due settori strategici. Nello stesso periodo, l’aumento delle vendite di autoveicoli dalla Basilicata (sede della Fca di Melfi), di mezzi di trasporto dall’Abruzzo (sede della Sevel di Atessa), dal Lazio e di macchinari evitano il tracollo dell’export nazionale. Quindi per alcune regioni del Centrosud tornano dei segni più, almeno nel settore dell'export. Un “risveglio” economico che è stato rilevato anche dal Cresa Abruzzo, in occasione della Giornata dell'economia: occupazione (+0,6%), produzione (+8,8%) e fatturato (+7,2%). I dati tornano sotto la lente di ingrandimento del centro studi della Uil regionale che pone l'accento sul fatto che in Abruzzo ci sono due economie, quella che ruota intorno alla grande impresa manifatturiera e quella, sempre più frammentata, della piccola impresa. "Ed è altresì evidente che la somma delle due, nonostante i buoni dati dell’industria manifatturiera, è negativa", sottolinea la Uil. Per il sindacato, infatti, "L’analisi della situazione è ormai consolidata, almeno per chi non cerca illusioni; adesso è tempo di mettere in atto delle contromisure". Per la Uil  servono più investimenti. “Siamo forse finalmente alla vigilia della partenza degli investimenti 2014-2020, spiega il segretario della Uil Abruzzo, Roberto Campo, con un ritardo accumulato di 2 anni e mezzo. La programmazione è stata fatta meglio delle precedenti, nondimeno il ritardo pesa: è indifferibile l’uscita dei primi bandi e l’apertura dei primi cantieri. Anche il Master Plan, che dove essere una terapia d’urto 2016-2017, ha bruciato un quarto del tempo senza entrare in fase operativa. Abbiamo inoltre qualche preoccupazione sulla capacità della macchina amministrativa regionale di far effettivamente partire tutti questi programmi. Se però si riuscirà a passare ai fatti, l’economia e il mercato del lavoro dell’Abruzzo cominceranno finalmente a ricevere quegli stimoli positivi che mancano da anni”.

 

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L'export salva le regioni del centro sud, e tra queste il Lazio, l'Abruzzo e la Basilicata tirano la volata verso i mercati esteri. Tra i prodotti c'è il comparto automotive, quello chimico, farmaceutico, e alimentare. Complessivamente l'Italia ha collezionato una crescita dell'export del +3,8% ed è un dato positivo diffuso a tutte le aree territoriali, a eccezione dell'Italia insulare con un meno 7,3%. L'Italia meridionale registra la crescita più ampia +10,2%; seguono le ripartizioni nord-orientale +4,7%, centrale +4,0% e nord-occidentale +2,7%. I dati sono quelli resi noti dall'Istat nel suo ultimo report 2015, segnalano l'aumento delle esportazioni di autoveicoli da Basilicata e Piemonte, di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici dal Lazio, di pasta e vino dall'Abruzzo che forniscono un impulso positivo alle vendite nazionali sui mercati esteri pari a un punto percentuale. Nello stesso periodo, invece, si registra la contrazione delle vendite di prodotti petroliferi raffinati da Sicilia e Toscana e di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti, dalla Lombardia che contribuiscono a frenare l'export nazionale. Le regioni che hanno avuto una maggiore espansione dell'export nazionale nel 2015 sono Piemonte +7,0%, Veneto +5,3%, Emilia-Romagna +4,4%, Lazio +9,2%, Lombardia +1,5% e Basilicata +145,7%. Tra quelle, invece, che forniscono un contributo negativo si segnalano Sicilia -12,4%, Liguria -4,2% e Marche -2,3%. Interessante, inoltre, la tipologia dell'export abruzzese, vanno fortissimo la pasta di Fara con un +15,8% e dei vini di Montepulciano +8,3%, da segnalare la ripresa del mobilio abruzzese +3,4%. "Anche i distretti tradizionali hanno beneficiato del traino del mercato statunitense +32% che ha sfiorato nel 2015 gli 80 milioni di euro, confermandosi di gran lunga il primo sbocco commerciale con una quota del 16,2%", osserva Roberto Dal Mas, direttore generale di Banca dell'Adriatico. L'export diretto verso gli Usa è stato sostenuto, nel corso dell'anno, dall'evoluzione positiva della sua domanda interna "in particolare per consumi", e dall'andamento del cambio. Particolarmente vivaci le vendite sul mercato statunitense di mobili, che sono raddoppiate a 14,8 milioni dai 7,2 del 2014 e di pasta di Fara +35,7%, con 10 milioni aggiuntivi. Dopo gli Usa i mercati più attivi e redditizi per l'Abruzzo sono quello tedesco con un +15,7% e quello svizzero con  +10,4%.

 

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“Dopo anni di stasi, si registra una crescita più decisa delle vendite di vino italiano sugli scaffali della grande distribuzione (Gdo), sia in volume che a valore”. A parlare è Alessandra Bodda, 50 anni, titolare della “Tenuta La Pergola”, fra le poche aziende ultracentenarie rimaste in Italia.

Come vede il mercato italiano del vino?

In evoluzione. Gli stranieri attualmente sono fondamentale nel traino del settore, apprezzano le nostre bottiglie spendendo di più del nostro popolo. La tecnologia, i social network e i new media, internet su tutti, hanno dato un'accelerata al settore, favorendo gli scambi commerciali e contribuendo alla creazione si nuove sinergie produttive.

Quali, attualmente, i dati di settore?

Dopo anni di stasi, si registra una crescita più decisa delle vendite di vino italiano sugli scaffali della grande distribuzione (Gdo), sia in volume che a valore.  Le vendite delle bottiglie da 75cl aumentano del 2,8% a volume rispetto al 2014, e le bottiglie da 75cl a denominazione d’origine (Doc, Docg, Igt) del 1,9%. Rispettivamente le vendite a valore crescono del 4,0% e del 3,8%.

La bottiglia più acquistata in media dagli italiani?

“Il vino più venduto in assoluto nei supermercati italiani rimane il Lambrusco con 12 milioni e 771 mila litri venduti, sempre tallonato dal Chianti, che vince però la classifica a valore. Al terzo posto sale lo Chardonnay, un bianco di vitigno internazionale, che cresce del 9% a volume”.

Quali, al momento, i Paesi ove maggiore è la richiesta di vini italiani?

Bene la Svizzera, ma soprattutto Norvegia, Svezia e Danimarca. L'Europa, invece, fa il verso un po' all'Italia. Vanno a rilento entrambe.

In quali regioni nostrane, invece, si è più attenti al vino?

Sicuramente nel Nord-Ovest: Piemonte, Liguria, Lombardia e Valle D'Aosta. La gente si porta in vacanza il nostro vino, gli facciamo compagnia in tavola 365 giorni all'anno. E questa è una grande soddisfazione.

Vino, burocrazia e crisi. 

La burocrazia è esagerata. Le ultime normative comunitarie emanate dalla UE, oltre a pretendere l'attuazione delle stesse in breve tempo, a scadenza immediata, sono intricate, complesse e di difficile attuazione. La crisi si sente, certo che sì. Pensi che ogni tanto qualcuno entra in cantina, chiede il prezzo della bottiglia, per poi ribadire che il vino, al supermercato, cosTa un euro. Rispondo dicendo che sempre al supermarket il prezzo di una singola bottiglia di 'Coca-Cola' è ben superiore. Le persone faticano a comprendere che il costo della produzione, per noi viticoltori, è elevato, al fine di dare qualità a ogni bottiglia. Oggi è fondamentale sensibilizzare su ciò il consumatore.

 

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Il vino al metanolo è un ricordo lontano. A trent’anni da quei nefasti avvenimenti che segnarono il punto più basso della filiera enogastronomica, i vini italiani, assoluta eccellenza della tavola, festeggiano un primato storico. Nel 2015 le esportazioni infatti hanno superato il lusinghiero valore di 5,4 miliardi con un aumento del 575% rispetto a 30 anni fa quando erano risultate pari ad appena 800 milioni di euro (16 miliardi di lire). E' quanto affermano la Coldiretti e la Fondazione Symbola sulla base del dossier “Accadde domani. A 30 anni dal metanolo il vino e il made in Italy verso la qualità”. 

Il risultato è che nel mondo una bottiglia di vino esportata su 5 è fatta in Italia e il Belpaese si classifica come il maggior esportatore mondiale. Il 66% delle bottiglie di vino partite dall'Italia sono Dog, Doc o Igt. In termini di fatturato il primo mercato del vino Made in Italy con il valore record delle esportazioni di 1,3 miliardi di euro sono diventati gli Stati Uniti, che hanno sorpassato la Germania che rimane sotto il miliardo davanti al Regno Unito con oltre 700 milioni di euro. Ma negli ultimi anni si sono aperti nuovi mercati prima inesistenti come quello della Cina dove le esportazioni di vino hanno superato gli 80 milioni di euro nel 2015. Rispetto al 2014 le vendite hanno avuto un incremento in valore di oltre 13% negli Usa, mentre nel Regno Unito l'export cresce dell'11% e la Germania rimane sostanzialmente stabile. In Oriente le esportazioni sono cresciute sia in Giappone sia in Cina rispettivamente in valore del 2% e del 18%. Negli Stati Uniti sono particolarmente apprezzati il Chianti, il Brunello di Montalcino, il Pinot Grigio, il Barolo e il Prosecco che piace però molto anche in Germania insieme all'Amarone della Valpolicella e al Collio.
Ottime notizie anche per lo spumante. E’ stato il prodotto che ha fatto registrare la migliore crescita all'estero con le esportazioni che sfiorano per la prima volta il record storico del miliardo di euro nel 2015. Il risultato è che all'estero si sono stappate più bottiglie di spumante italiano che di champagne francese, con uno storico sorpasso con il 2015 che si chiude con volumi esportati pari a una volta e mezzo quelli degli spumanti transalpini (+50%). Nella classifica mondiale delle bollicine italiane più consumate ci sono nell'ordine il Prosecco, l'Asti, il Trento Doc e il Franciacorta che ormai sfidano alla pari il prestigioso Champagne francese. Per quanto riguarda le destinazioni, la classifica è guidata dal Regno Unito con circa 250 milioni di euro e un incremento del 44% nel 2015, ma rilevanti sono anche gli Stati Uniti con circa 200 milioni e un aumento del 26% a valore. 
Ora la nuova sfida dei produttori italiani è quella di rafforzare e difendere le posizioni acquisite combattendo la concorrenza sleale, forte e agguerrita dei produttori internazionali che si concretizza nella “vino-pirateria” con le contraffazioni e imitazioni dei nostri vini e liquori più prestigiosi che complessivamente provocano perdite stimabili in oltre un miliardo di euro sui mercati mondiali – osserva Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti – a preoccupare sono anche i tentativi di minare l’unicità delle produzioni come dimostra la recente discussione comunitaria sulla liberalizzazione dei nomi dei vitigni fuori dai luoghi di produzione che consentirebbe anche ai vini stranieri di riportare in etichetta nomi quali Aglianico, Barbera, Brachetto, Cortese, Fiano, Lambrusco, Greco, Nebbiolo, Picolit, Primitivo, Rossese, Sangiovese, Teroldego, Verdicchio, Negroamaro, Falanghina, Vermentino o Vernaccia, e solo per fare alcuni esempi”.

 

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Domenica, 04 Ottobre 2015 09:09

In crescita fatturato ed export cooperative

La cooperazione agroalimentare registra numeri positivi: 4.894 imprese, più di 36 miliardi di fatturato, con una crescita del +0,3% rispetto al periodo 2013/2014 nonostante una congiuntura economica sfavorevole. I dati sono stati presentati a Expo 2015 presso l'Area Lounge Mipaaf in un convegno promosso dall'Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana. Sulla base di un'analisi effettuata su un campione di 386 cooperative "avanzate" effettuata a marzo 2015, è emerso come le cooperative alimentari italiane si approvvigionino di materia prima in maniera privilegiata dai propri soci agricoli, con percentuali che variano dal 71% della zootecnia da carne sino al 88% nel comparto lattiero-caseario e al 89% nell'ortofrutticolo.

Risulta quindi saldo il legame con il territorio e la base agricola nazionale, che si traduce in produzioni che sono un'importante espressione del made in Italy alimentare.

Lusinghieri anche i risultati relativi alle esportazioni: nel 2014 la quota di giro d'affari realizzata dalla cooperazione sui mercati esteri è stata di poco inferiore al 17%. Considerando i principali settori cooperativi, la maggiore propensione all'export riguarda il vino (33%) seguito da ortofrutta (23%) e latte (11%).

I migliori trend di vendita sui mercati esteri nell'orizzonte temporale 2013/2014 sono messi a segno dalla cooperazione lattiero-casearia (+10,6%), mentre una leggera flessione si registra per vino (-0,7%), causata dal calo di vendite del prodotto sfuso, e dall'ortofrutta (-1,2%), in linea con le tendenze generali del settore. Tra i prodotti esportati dalle imprese cooperative prevalgono i prodotti a marchio proprio (48%), seguiti da private label (26%) e prodotti finiti senza marchio del produttore (21%). 

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